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EDITORIALE > Articoli
30/11/2002 - QUANTO VALE OGGI L'EURO SVEDESE ?
(le difficoltà dell'e-commerce europeo)
di Miran
Pecenik
Dal lontano 1996 si parla del commercio elettronico come del toccasana
dell’economia internazionale. Stime si sono succedute, di anno in anno,
con grafici che assomigliavano ad un decollo aereo, però, strada facendo,
ci siamo accorti di essere “senza carburante”. Perché l’e-commerce non
è già decollato? E’ solo una questione di percezione di poca sicurezza
o ci sono dei freni concreti a questo tipo di sviluppo? E le banche, hanno
un loro ruolo in questo scenario?
Per prima cosa possiamo tranquillamente dire, cifre alla mano, che la
parte del leone (con i budget ampiamente superati) la stanno facendo le
compagnie di carte di credito. Tutti i tipi di danaro digitale, borsellino
elettronico e altre monete virtuali sono rimaste al palo, se addirittura
non sono stati costretti a ritirare i loro progetti molto mestamente.
Marchi come Digicash o Beenz sono entrati nella storia della rete e non
fanno più parte del presente. Altri supermercati hanno dovuto chiudere
o si sono ridimensionati, lasciando sul terreno pesanti perdite. Ma perché
è successo tutto questo? In fondo i numeri degli utenti online hanno superato
da anni il cosiddetto break-even point, cioè il momento dopo il quale,
visto il numero di utenti, conviene avviare un certo business. Sono le
complicazioni burocratiche che stanno relegando il commercio elettronico
ad uno “sport d’elite”.
Chi si avvicina a questo business in modo attivo, deve per prima cosa,
aprire come minimo una partita Iva, e qui incominciano già le prime spese:
commercialista, reddito minimo presunto, ecc. Poi deve aderire a qualche
sito dove poter inserire i propri prodotti oppure acquistare costosi prodotti
di gestione del catalogo, del carrello e dell’interfaccia con l’istituto
di credito scelto per autorizzare i pagamenti con carte di credito. In
questo caso le banche percepiscono commissioni che vanno dal 2 al 4% sul
valore del transato, per cui anche gli sconti che possiamo applicare sul
Web non possono essere convenienti. In certi casi conviene più (verso
l’interno o i paesi che lo applicano) spedire la merce in contrassegno.
C’è anche chi mette a disposizione il proprio sito con zone pubblicitarie,
sperando che i visitatori facciano dei click sui banner presenti. In questo
caso le commisioni sono ormai diventate minime, per cui anche centinaia
di migliaia di esposizioni mensili non portano più di un centinaio di
Euro di guadagno. Negli ultimi anni i prezzi dei banner sono scesi proporzionalmente
con il valore delle borse mondiali: il virtuale attira sempre meno, sia
per investire che per fare pubblicità.
Ebbene, con lo staff di Portalino, da circa due anni abbiamo provato ad
aderire a diversi circuiti pubblicitari per vedere se il gioco vale la
candela. All’inizio i guadagni dei banner erano significativi, fino a
30 lire per la sola visualizzazione, per arrivare, qualche mese fa, a
2-3 lire per banner, veri e propri “saldi di fine stagione”. Ci siamo
anche affiliati a circuiti di vendita di libri. Siamo riusciti a vendere
più di 300 libri con percentuali dal 6 all’8% sul costo di copertina.
All’inizio ci siamo affiliati al più famoso circuito di libri dell’epoca,
che però ha chiuso i battenti dopo tre mesi. I pagamenti dei circuiti
“professionali” avvenivano con un certo ritardo, mentre i “librai” pagavano
regolarmente, con bonifici bancari che iniziavano e finivano in Italia.
Alla fine abbiamo provato a tastare con mano la globalizzazione. Ci siamo
affiliati ad un circuito europeo (la sede è in Svezia) e ad uno americano.
Dopo il periodo di rodaggio, per capire bene il meccanismo, abbiamo raggiunto
(col circuito europeo) in poche settimane il limite minimo per il pagamento,
previsto soltanto con bonifico bancario. Ebbene, siamo rimasti molto stupiti
che su 53 euro, le commissioni bancarie della “nostra” banca erano di
8 Euro e rotti, un bel 16% del guadagno. Ci siamo informati e abbiamo
saputo che da anni esiste sulla carta un consesso di stati chiamato Comunità
Europea, da molti mesi hanno anche una valuta comune, però alcuni oboli
che una volta si chiamavano “commissioni valutarie” oggi esistono ancora,
anche se hanno cambiato nome. In pratica, l’Euro svedese deve essere cambiato
in Euro italiano ad un tasso che non è alla pari. Siamo stati inoltre
informati che questo regime di diversità persisterà ancora per qualche
anno.
Non mi dilungo a descrivere le commissioni dovute per il bonifico arrivato
dagli Usa, che però è più comprensibile, ma sentirsi dire che esistono
diversi Euro è un po’ frustrante, dopo aver ascoltato per mesi i vantaggi
della moneta unica.
Tempo fa leggevo della libera circolazione di merci, persone, servizi
e capitali, che dovrebbero essere le quattro libertà fondamentali su cui
poggia il Mercato unico europeo. La creazione del Mercato interno, di
cittadini, consumatori e imprese europei sono processi in divenire, mai
definitivamente realizzati e ho dei seri dubbi che tutti gli attori abbiano
veramente interesse a realizzarli.
A questo punto sorge un ulteriore sospetto: essendo le banche le principali
azioniste dei gestori di carte di credito, hanno qualche interesse a basare
i pagamenti del commercio elettronico con le carte di plastica, invece
che con i bonifici a costi minori? In fondo anche i bonifici non si fanno
più a mano, ma ci sono procedure informatiche che prendono in automatico
le operazioni arrivate attraverso il circuito internazionale dello Swift.
E dire che i circuiti di danaro virtuale consentivano giroconti internazionali
praticamente a costi zero, però non ce l’hanno fatta a sopravvivere.
In attesa della parificazione dei vari Euro che girano in Europa, non
resta che impostare il proprio business virtuale verso una clientela esclusivamente
nazionale oppure usare le vecchie e sempreverdi carte di credito, dimenticandosi
del tutto del troppo usato termine “new economy”. In fondo, la old economy
sembra avere nove e più vite …..
miran@pecenik.com
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