QUESTI SITO USA I COOKIES E TECNOLOGIE SIMILARI (vedi dettagli)

Se non cambi la configurazione del browser, sei d'accordo. 

Sun18Apr200400:50
Tra contraddizioni e sperequazioni, la Cina continua a crescere
Da semplice produttrice di giocattoli, magliette e scialli, oggi la Cina esporta in tutto il mondo telefoni cellulari, Tv color e macchine industriali. La produzione del Paese è cresciuta in quantità, ma anche in qualità e gli imprenditori italiani incominciano a temerne la concorrenza. Viaggio nelle contraddizioni di un Paese con un potenziale di sviluppo immenso.

Crescita record grazie alle esportazioni

I dati diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica di Pechino sull’economia cinese sono impressionanti: nell’ultimo trimestre del 2003 la produzione industriale ha visto un incremento su base annua del 15% e la maggior parte degli analisti economici si attende che questa crescita continui anche nei prossimi mesi.

L’incremento percentuale si è registrato in tutti i settori: da quello siderurgico a quello informatico, dalle telecomunicazioni all’industria pesante. Dall’analisi dei dati emerge un dato significativo, che preoccupa i piccoli imprenditori italiani: la crescita industriale cinese è dovuta per la maggior parte alle esportazioni, cresciute del 29% nel corso del 2003, e non dalla domanda interna.

Negli ultimi vent’anni le esportazioni cinesi sono passate da 18 a 490 milioni di dollari, grazie alle riforme economiche di Deng Xiaoping e Jiang Zemin, sostenitori del socialismo di mercato. In questi anni il motore della crescita industriale sono stati soprattutto gli investimenti stranieri.

La situazione interna

La Cina è un Paese in forte espansione economica, in cui però le sperequazioni sono fortissime. Secondo un’indagine dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, pubblicata nel mese di Febbraio, il divario economico tra chi abita in città e chi abita nelle campagne è pari a quello dello Zimbawe: secondo il dossier infatti i lavoratori delle aree urbane guadagnano quasi 3 volte più di quelli delle zone rurali.

In Cina i contadini sono circa 900 milioni e la maggior parte di essi vive con un dollaro al giorno: per questo moltissimi (quasi 100 milioni) sono costretti ad emigrare in città in cerca di lavoro.

Questa è forse la più grande contraddizione di un Paese che per evitare il rischio di una depressione economica (la Standard&Poor’s stima che il debito del sistema bancario cinese, ereditato da 50 anni di fallimentare gestione finanziaria, è di 518 miliardi di dollari), deve attirare investimenti stranieri, attingendo dalla riserva di manodopera a basso costo più grande al mondo. Un operaio cinese infatti lavora in media 15 ore al giorno, con un solo giorno di riposo settimanale ed uno stipendio che è un decimo di quello di un occidentale.

I punti di forza

Secondo Antonio La Spina, direttore dell’ufficio Ice a Pechino, non è solo il basso costo della manodopera a rendere competitiva la Cina, ma è tutto il sistema economico: costano poco le materie prime e in genere i servizi alle imprese. I piccoli imprenditori italiani lamentano una concorrenza sleale da parte dei cinesi che spesso copiano prodotti venduti poi a basso prezzo, e magari con impresso il marchio Made in Italy e CE (China Export). Questa serie di elementi, unita alla crisi del mercato, ha fatto calare vistosamente il regime di affari degli imprenditori, che investiti da questo fenomeno, hanno due possibilità: quella tracciata dal ministro Tremonti, che chiede il ripristino di dazi doganali sulla merce proveniente dall’oriente e l’altra, quella intrapresa da grandi aziende come Fiat, Aprilia e Natuzzi, che hanno visto nel mercato cinese un’opportunità per crescere.

Ora che la Cina è entrata a far parte del Wto e che sarà costretta a rispettare le regole d’interscambio, i piccoli imprenditori potrebbero stringere alleanze per produrre o esportare i propri prodotti in questo enorme mercato.

Un mercato in crescita

Grazie ai capitali che arrivano dall’estero e alla forte crescita economica c’è anche una Cina che ha visto una crescita reale del proprio reddito. Circa 150 milioni di persone hanno uno stipendio abbastanza alto da poter consumare prodotti occidentali.

Così anche il mondo dello sport ha incominciato a dimostrare interesse per il mercato cinese: entro l’anno infatti, a Shangai, si terrà il primo Gran Premio automobilistico della Cina. Il patron della Formula 1, Murdoch, ha rinunciato a circuiti più blasonati perché giudicati poco d’appeal e poco interessanti dal punto di vista del ritorno commerciale.

Anche il mondo della moda è interessato al mercato cinese: recentemente la catena spagnola Mango ha annunciato che durante il 2004 prevede d'inaugurare undici nuovi negozi, distribuiti in tutte le zone geografiche del Paese.

Con questa sfida si devono cimentare le imprese italiane: guadagnare spazio in un mercato, in gran parte ancora vergine, fatto di 150 milioni di persone.jobonline.it