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Mon07Jul200318:00
Due milioni di canzoni vendute online in meno di 20 giorni
Il debutto travolgente di Apple iTunes Music Store dà una scossa all’e-commerce musicale e dimostra alle major che esistono iniziative più intelligenti del sabotaggio antipirateria. Dopo qualche tempo, parlano anche i giudici.

A mettere tutti in riga ci ha pensato Apple: grazie a un mix indovinato tra opzioni (un catalogo di 200.000 brani provenienti dalle cinque major, ampia manipolabilità dei brani scaricati, preview di 30” ad alta qualità) e prezzi (99 centesimi di dollaro per un singolo; 9,99 dollari per un album), l’azienda di Steve Jobs è riuscita a smuovere con iTunes Music Store il più sonnacchioso dei mercati digitali, toccando prima in soli sette giorni di vita la cifra record di un milione di brani scaricati, quindi raddoppiando già al 18° giorno di attività. Il servizio è disponibile dal 28 aprile solo negli Stati Uniti e solo per gli utenti Mac (fattore che rende ancora più sorprendente l’exploit) e richiede l’installazione del nuovo player gratuito di casa Apple, iTunes. Gli ottimi dati di vendita, però, ne stanno accelerando la politica di espansione: il servizio potrebbe essere esteso agli utenti Windows e ai navigatori europei già entro la fine dell’anno. Dopo aver lanciato nel 2001 le capacità di duplicazione degli iMac con lo slogan «rip, mix, burn» e dopo aver più di recente criticato blandamente la pirateria definendola «bad karma», Jobs festeggia oggi anche gli ottimi dati di lancio del lettore portatile iPod di terza generazione (20.000 pezzi già venduti, 110.000 ordini a inizio maggio) dichiarando che la sua azienda è diventata in pochi giorni «il più grande fornitore di musica online del mondo».

Discografici alla riscossa

Trionfalismi a parte, il sorriso di Apple in un mercato dominato da mugugni, diffidenze e pirateria dimostra che il commercio digitale dei contenuti multimediali ha davvero potenzialità ancora inesplorate e che a far la guerra ai pirati le major rischiano di perdere solo tempo prezioso. Ciononostante, numerose aziende sono state incaricate dalle cinque sorelle della musica di studiare nuovi sistemi leggeri di sabotaggio ai danni delle attrezzature dei pirati informatici, tra cui programmi che se incautamente scaricati comporterebbero redirezioni forzate ai sistemi di vendita legale, blocchi di tutte le attività del Pc per alcune ore o cancellazione incontrollata del materiale ritenuto illegale. A giustificare la mano dura, arriva il lamento stagionale del World Sales 2002 Report stilato dalla International Federation of the Phonographic Industry (IFPI): per il terzo anno consecutivo, le vendite sono in allarmante flessione (questa volta dell’8%). A nulla sembrano servire i distinguo rilanciati da studi statistici e sociologici sull’attitudine del navigatore smaliziato, quello che non disdegna di collezionare brani in barba ai diritti d’autore, e secondo i quali forse la soluzione dei problemi andrebbe ricercata più in profondità. L’ultima indagine, compiuta in maggio da Nielsen//Netratings su un campione di 36.000 utenti, dice che chi scarica musica online ha poi maggiori probabilità di acquistare musica originale, in particolare musica rap: il 71% dei quasi 31 milioni di utenti con più di 18 anni che ha scaricato musica negli ultimi 30 giorni (pari al 22% dell’intera popolazione Internet) ha comprato musica originale negli ultimi tre mesi.

Si alzi l’imputato
Si vanno formando, nel frattempo, anche alcuni precedenti giuridiziari di rilievo. Queste le ultime notizie in ordine di tempo: a fine aprile una corte distrettuale di Washington ha respinto in primo grado il ricorso delle case discografiche e cinematografiche che intimava la chiusura di Grokster e Morpheus. La sentenza equipara per la prima volta i servizi di file sharing a uno strumento passivo come il videoregistratore, escludendo di fatto la responsabilità del produttore. Nel processo era coinvolta anche KaZaA, che però aveva rifiutato il rito abbreviato intrapreso dagli altri convenuti. Non è andata altrettanto bene a quattro studenti americani denunciati dalla Riaa per aver gestito sistemi per la condivisione di file musicali all’interno di alcuni campus statunitensi: il processo si è concluso con la condanna a pagare un risarcimento variabile tra i 12.000 e i 17.000 dollari, tutto sommato contenuto rispetto alle richieste stratosferiche dell’accusa (150.000 dollari per ognuno dei più di 1.000.000 di brani scambiati attraverso i loro server). Le indagini per individuare e punire i gestori dei nodi di scambio fuorilegge, si estendono anche in Australia e in Europa. La polizia australiana ha chiuso un sito molto popolare (Mp3 Wma Land) e arrestato tre dei suoi gestori, appena ventenni: gli improvvisati pirati sono accusati di danni all’industria musicale per 37 milioni di euro. Responsabili di sistemi P2P e materiale informatico sotto sequestro anche a Furth, nel Sud della Germania, dove le forze dell’ordine stanno ora esaminando le informazioni raccolte per valutare la posizione degli inquisiti. Una goccia nel mare del file sharing, ma due nuove testimonianze del salto di livello nella lotta alla musica «libera».

Un mercato in movimento
È irrequieto anche il management discografico, alle prese con i conti che non tornano, con le ingombranti eredità della new economy e con l’affannosa ricerca di nuove prospettive. Voci sempre più insistenti danno per vicino un accordo tra Aol Time Warner e Bertelsmann, che potrebbero mettere in comune le proprie divisioni musicali Warner e BMG. Ma contatti avanzati sarebbero in corso tra tutte e cinque le major, tanto che non sono esclusi nuovi colpi di scena nei prossimi mesi. Secondo il Financial Times, sarebbe addirittura probabile in tempi brevi «una qualunque, se non più d’una, delle 25 combinazioni possibili». Una di queste, forse, potrebbe essere esclusa a tavolino, visti i cattivi rapporti che hanno spinto Universal a citare in giudizio Bertelsmann addirittura a causa del defunto Napster: Universal, buona ultima in questo filone e probabilmente intimorita dalla potenziale espansione della casa rivale attraverso Warner, accusa il colosso tedesco di essersi a quel tempo reso corresponsabile dell’attività illegale e colpevole di concorrenza sleale, come comprovato da alcuni documenti venuti alla luce.
Di fronte a questi giochi di potere miliardari, l’acquisto di Listen.com da parte di RealNetworks per 36 milioni di dollari potrebbe sembrare ben poca cosa. Se non fosse che con Listen.com, l’azienda di Seattle si porta a casa anche il servizio musicale a pagamento Rhapsody, che va a fare tris con il sistema di distribuzione di contenuti multimediali RealPass e con Music.Net , la piattaforma di vendita di musica online controllata al 40%. C’è da credere che molti equilibri salteranno, di qui a qualche settimana.

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