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Tue21Oct200311:00
La previsione delle insolvenze
La valutazione del merito creditizio delle controparti e la stima del rischio di credito sono considerati da sempre uno dei punti più importanti, se non addirittura l’argomento centrale, dell’attività di controllo bancaria. L’evento scongiurato, dal lato banca, nel ciclo della concessione creditizia è rappresentato dalla insorgenza o meno dell’insolvenza: fenomeno di notevole impatto sui bilanci degli istituti, si intravede nei documenti ufficiali con il termine sofferenza. In essa convogliano tutti quei crediti nei quali è evidente l’incapacità della controparte di far fronte pienamente agli impegni contrattuali sottoscritti.

Più precisamente Banca d’Italia dà la seguente definizione dei crediti in sofferenza: “trattasi della esposizione per cassa nei confronti di soggetti in stato di insolvenza (anche non accertata giudiziariamente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda. Si prescinde pertanto dall’esistenza di eventuali garanzie (reali o personali) poste a presidio dei crediti.

La tautologia proposta di Banca Italia viene rimossa indicando le possibili manifestazioni etichettabili come sofferenza. Sono in tale stato i clienti:

  • per i quali siano stati avviati atti giudiziari da parte della banca o siano state proposte azioni esecutive da terzi;
  • per i quali la pratica sia stata affidata dalla banca ad un legale per il relativo recupero del credito;
  • che siano stati segnalati in sofferenza da altre banche (sofferenza rettificata ;
  • che presentino persistenti morosità;

o che siano sottoposte a procedure concorsuali maggiori (fallimento, concordato preventivo, amministrazione straordinaria, liquidazione coatta, ecc.) .

A monte della nostra discussione si era posto non l’evento insolvenza, ma la probabilizzazione dello stesso. Al di là delle argomentazioni statistiche relative alla tipologia di campionamento da operare per arrivare ad una stima ricca di buone proprietà, esiste una questione prioritaria. Visto che la probabilità di default ha una funzione preventiva, essa deve essere legata ad un intervallo temporale di riferimento, cioè il nostro obiettivo è di calcolare la probabilità d’insolvenza relativa al periodo temporale che va da questo momento ad una certa data futura.
Si intuisce abbastanza agevolmente che non esiste un orizzonte di rischio “migliore” rispetto ad altri e che la probabilità di default si cumula con l’aumentare dell’intervallo temporale, divenendo via via crescente in modo diretto al tempo.
Una soluzione molto diffusa tra i modelli di credit risk management è quella di introdurre un orizzonte pari ad un anno. Una scelta discrezionale, ma ragionevole sotto certi punti di vista:

  • va oltre i termini molto ristretti, anche giornalieri, previsti per il rischio di mercato o, più in generale, per quei titoli che possono essere rinegoziati o liquidati in tempi brevi in un mercato secondario;
  • è un intervallo temporale che viene solitamente utilizzato dalle banche italiane per verificare le proposte di revisione ai fidi concessi;
  • l’orizzonte di 12 mesi coincide con il ciclo di budget: le misure di rischio derivabili dall’individuazione della probabilità di default si agganciano, con tale scelta, in modo sincrono con l’attività di pianificazione e controllo.

Il periodo di 12 mesi resta pur sempre una via approssimativa che porta con sé dei limiti, evidentemente considerati di peso inferiore ai pregi appena richiamati. È chiaro che per i prestiti con scadenza superiore all’anno che non trovano un mercato secondario sufficientemente liquido, la soluzione proposta va molto stretta.

Premessa

Fino ad ora, a partire dal richiamo alla espressione di perdita attesa, abbiamo sempre parlato di probabilità di default, come di una quantità puntuale inserita nella scala continua [0, 1]. In realtà, molto spesso lo scoring e il rating, argomenti che espanderemo nei successivi articoli, non operano rispetto ad una scala continua, ma assegnano ad ogni prenditore una classe di merito, equivalente ad un intervallo verosimile di probabilità di default.

La scelta si basa su due principali argomentazioni, una di carattere statistico e una avente logica amministrativo-commerciale.Da un lato la probabilità di default ha un’impronta aleatoria che impone ovviamente un regime di prudenza. Ogni buona stima non è ben definita se non è accompagnata da un intervallo di confidenza, cioè un intervallo di valori entro il quale, a meno di un margine ridottissimo di probabilità, quella stima può variare.
Dall’altro lato, una segmentazione discreta dei valori nell’intervallo unitario permette agli organi di controllo, in primis, e a coloro che si occupano di pianificazione, in seconda battuta, di poter affrontare più razionalmente la differenziazione di rischio della propria clientela. Visto che l’obiettivo naturale della individuazione del rischio insito nel rapporto con gli affidati è la determinazione di un pricing opportuno (dovrebbe essere l’obiettivo di qualsiasi mercato, in un regime concorrenziale), logica conseguenza diviene l’imposizione di una classificazione in fasce, in quanto non si può discriminare nel continuo.

Non solo, ma rispetto alla gestione interna di un istituto di credito, valori di default “vicini” suggeriscono analisi, strategie e pricing distinti? Oppure il prezzo di un appesantimento dell’attività di monitoraggio interno è troppo elevato? Probabilmente il prezzo è troppo elevato, ma la mappatura del rischio di insolvenza, imponendo una certa ampiezza alle classi piuttosto di un’altra non è problema marginale e di esso parleremo successivamente.
Vediamo, ora, i vari approcci metodologici possibili alla previsione delle insolvenze.

Mariano Rossi - (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.)
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