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Mon19May200311:00
CAPITOLO IV: LA RESPONSABILITA' AMBIENTALE
L'etica ambientale all'interno delle imprese.
La regola dello sviluppo sostenibile esige l’adozione di una posizione esplicita sull’equità del trasferimento di beni fra le persone nel tempo e nello spazio. L’argomento etico sta nel fatto che le generazioni future hanno il diritto di attendersi un’eredità (in forma di lascito di capitale naturale) sufficiente a consentire loro di raggiungere un livello di benessere non inferiore a quello goduto dalla generazione presente. In termini più formali, si pone la necessità di un contratto sociale intergenerazionale che garantisca nel futuro le stesse opportunità disponibili nel passato.
Tutto ciò implica che la generazione attuale abbia degli obblighi nei riguardi delle generazioni future, quindi le forme tradizionali di ragionamento etico (che sono limitate a problemi riguardanti gli esseri umani contemporanei) siano ampliate, o perfino abbandonate. I filosofi si riferiscono a questo come “un’estensione della classe di riferimento” (Turner K. R., Pearce D. W., Bateman I., 1994, p. 48): l’economia verde sostiene questa estensione oltre gli individui contemporanei, fino ad includere i diritti e gli interessi delle generazioni future. L’ecologia radicale va tuttavia molto più avanti, e amplia la classe di riferimento fino ad includere gli interessi e i diritti della natura non umana (diritti degli animali, delle piante, delle specie e perfino dell’ecosistema).

La preoccupazione altruistica rappresenta così un importante argomento etico nel dibattito sull’ economia, la politica verde e la sostenibilità. Per essere coerente da un punto di vista etico, lo sviluppo sostenibile ci spinge ad accrescere il benessere delle persone più svantaggiate nelle società attuali, e contemporaneamente ad assicurarci che le prospettive delle generazioni future non siano danneggiate in maniera grave. Si tratta evidentemente di un obiettivo ambizioso che esige un forte impegno morale.

Alcuni studiosi hanno affermato che un’etica della buona amministrazione è sufficiente a garantire la sostenibilità, e quindi le persone dovrebbero essere meno avide ed interessarsi anche a coloro che subiscono i costi di un comportamento ingiusto. Se gli uomini sono gli amministratori della natura, è nel loro interesse proteggerla e mantenerla, per quanto possibile, intatta per il valore strumentale che essa riveste.

I bioetici vanno oltre, sostenendo che, data l’importanza di tutti gli esseri viventi e persino dei sistemi, l’avidità individuale debba essere limitata, poiché impone costi a questi elementi della natura non umana. Il gaianismo è collegato all’“ipotesi scientifica di Gaia” (Watson A., 1991), pubblicata per la prima volta nel 1972, che cerca di spiegare la sopravvivenza della vita sulla Terra per miliardi di anni trattando la vita e l’ambiente globale come due parti di un singolo sistema. Gaia si è sviluppato in modo da potersi riparare e regolare da solo: riparazione significa che la vita opera attivamente per mantenere accogliente l’ambiente affinché la vita continui nel futuro. Il processo di riaggiustamento però garantisce soltanto la sopravvivenza del sistema e non la sopravvivenza di ogni singola specie (compresa la specie umana). Il gaianismo sostiene perciò la necessità di norme ambientali preventive, che riguardino ad esempio specie e processi ambientali, ma anche zone protette come parchi nazionali, cinture verdi, pratiche di smaltimento dei rifiuti e così via.

I profondi cambiamenti culturali che hanno interessato le relazioni tra uomo e natura sono state interessate – dalla rivoluzione industriale ad oggi – dall’evoluzione della relazione tra economia ed ambiente.
L’ambiente per l’impresa è fonte generatrice di risorse necessarie per il ciclo produttivo (fonti di energia, risorse idriche, materie prime, prodotti della terra, ecc.), ma costituisce anche il corpo ricettore dei residui e dei sottoprodotti dell’attività di produzione e consumo. Quindi è una realtà la cui tutela risulta necessaria per una migliore qualità di vita, per la salute (delle generazioni presente e future) e quindi per un’accettazione sociale dell’attività industriale.

Tutte queste componenti hanno assunto rilevanza critica a partire dagli anni Sessanta, quando alcuni studiosi di economia hanno dimostrato come il Prodotto Nazionale Lordo (PNL) fosse una misura insufficiente per valutare il livello di benessere di un paese, poiché trascurava un elemento fondamentale: il depuramento di materie prime e di risorse naturali, non più beni di cui l’uomo poteva illimitatamente disporre, come ad esempio, l’acqua potabile, l’aria pulita o la biodiversità. Al crescere dello sviluppo, infatti, si manifestano ancor più alcuni effetti perversi delle attività d’impresa, le quali, nelle diverse fasi si estrazione, lavorazione, distribuzione e consumo, creano prodotti di scarto che tornano nell’ambiente (nell’aria, nell’acqua e nel suolo), provocando fenomeni prima di contaminazione e, in seguito, di vero e proprio inquinamento. In termini economici si è parlato di perdita di benessere o di peggioramento della qualità di vita, introducendo per la prima volta il concetto di costo esterno o costo sociale, utile per formalizzare l’impatto dell’inquinamento. Questa svolta nel modo di vedere i problemi ambientali si deve a Porter M. E. e Van der Linde C. che, nel 1995, hanno riformulato la definizione di inquinamento, sostenendo che l’impresa deve interpretare ogni emissione di sostanze dannose, di energia e anche di materiale potenzialmente riciclabile come un segnale che le risorse a disposizione dell’impresa sono state utilizzate in modo incompleto, inefficiente o inefficace.

Le imprese così hanno recentemente iniziato a considerare i fattori ambientali non in termini di vincoli (evitare sanzioni o situazioni di emergenza), ma come fattori chiave per lo sviluppo aziendale su cui costituire opportune scelte strategiche. Tanto è vero che il settore finanziario pone un’attenzione nuova ai parametri ambientali del sistema produttivo: l’analisi del rischio, le pratiche di due diligence e gli indicatori di performance ecologica stanno diventando strumenti sempre più utilizzati dalle banche per la valutazione dell’affidabilità complessiva delle imprese nelle procedure per la gestione del credito e dei finanziamenti agevolati.

La trasversalità delle problematiche ambientali all’interno dell’impresa rende necessario un ampio coinvolgimento della struttura aziendale in tutte le sue componenti: le problematiche ecologiche, come molti elementi della complessità in cui gli operatori economici sono immersi, costituiscono uno stimolo all’individuazione e valorizzazione di opportunità innovative e competitive nuove. Inoltre rappresentano variabili che l’impresa, per motivi legati al mantenimento dell’accettabilità e del consenso sociale di cui ogni organizzazione necessita, deve necessariamente tenere sotto controllo.

L’attribuzione permanente di rilevanza strategica all’ambiente, è una scelta imprenditoriale, che, oltre a rispondere alla condivisione di valori sociali, discende dalla convinzione che, sebbene, alcuni interventi non costituiscano sostanziali benefici in termini di redditività, possano contribuire, nel medio lungo periodo, alla formazione del capitale intangibile in termini di know-how, immagine, motivazione, riduzione dei rischi. Infatti, oggi, le imprese sono costrette ad una sempre più esplicita considerazione della variabile ambientale proprio a causa:
-- dell’opinione pubblica, sensibile alla qualità della vita e dunque attenta a come e cosa si produce, disposta altresì a sobbarcarsi prezzi maggiori pur di avere prodotti ecologici;
-- i movimenti verdi ed ambientalisti, attenti a come le imprese usano il territorio e le risorse naturali, e che portano avanti i loro obiettivi, anche danneggiando l’immagine di un’azienda se questa si comporta in modo lesivo per l’ecosistema;
-- le comunità locali, vicine agli insediamenti produttivi e perciò interessate alla salvaguardia dei loro territori e all’eredità che questi insediamenti potrebbero lasciare;
-- gli stakeholders in generale, interessati alla costruzione di un’identità di impresa che sopravviva nel lungo termine e che non frani sotto l’emergenza ambientale.

Per un Paese come l’Italia, dove più del 70% del fatturato industriale viene da un vasto tessuto di piccole e medie imprese, il costo per il rispetto dell’ambiente prevale certamente sulle opportunità. Una spinta determinante alla risoluzione di questo problema può provenire dall’azione politica dello Stato e dalle linee tracciate dall’Unione Europea. L’orientamento generale comunitario predilige infatti la creazione di consapevolezza entro i decision-marker e di opportunità per le imprese in termini di convenienza piuttosto che di vincoli legali a cui sottoporsi. Questa è la prospettiva in cui si inserisce il concetto del to get the prices right ; esso si ispira proprio alla convinzione che nel valore del prodotto o servizio scambiato debba essere considerato il contributo offerto dall’ambiente e dalle risorse naturali, anche se questo contributo è stato a titolo gratuito oppure produrrà costi futuri oggi non rilevabili.

La mancata rilevazione di questi costi ambientali porta a due tipi di conseguenze negative: la prima maggiormente inerente la comunità, che non si vede riconosciuta il valore delle risorse usate e dunque rischia il degrado o il depauperamento. La seconda conseguenza attiene all’impresa, che non misura completamente il valore delle risorse scambiate, ignorando la tipologia dei costi ambientali, costi con i quali nel medio-lungo periodo dovrà comunque confrontarsi. Dunque le aziende tendono a non dare importanza alla valorizzazione di alcuni fattori produttivi, e stanno misurando male le loro performance, costruendo strategie sulla base di informazioni non attendibili.


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tratto dalla tesi della dott.ssa Elisabetta SCALA
LA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA
E IL BILANCIO SOCIALE NELLE AZIENDE DI CREDITO
Università di Genova - Facoltà di Economia - 28/01/2003