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Wed23Apr200313:45
4.7. Conclusioni
Non ci si nasconde che quanto appena detto trova pieno riscontro nella realtà soprattutto nei mercati più efficienti, vicini al modello ideale del CAPM. Negli altri casi vi sono concrete possibilità per il gestore attivo di sfruttare a proprio vantaggio le inefficienze del mercato e la disponibilità di informazioni riservate. È innegabile che la situazione dei singoli Paesi europei è ben diversa da quella statunitense: i limiti normativi alla concentrazione dei rischi e l'elevato peso percentuale di determinati titoli nella composizione degli indici rendono di fatto non replicabili alcuni di essi. Ma la situazione sta rapidamente evolvendo, grazie alla costruzione di nuovi indici; all'integrazione, su scala europea, dei mercati; ai limiti meno stringenti previsti dalle recenti modifiche alla direttiva n. 611/85.

Altro aspetto, che qui può essere solo accennato, è quello della maggiore rischiosità dei mercati (in particolare azionari) indotta dalla diffusione su vasta scala dell'indicizzazione (discorso ancora più valido per gli ETF, trattati in continua): investire in indici invece che in titoli comporta un allontanamento dai fondamentali economici; il prezzo dei titoli tenderà ad essere determinato dall'andamento dell'indice (e non viceversa) e dal loro peso al suo interno (fenomeno che, oltretutto, si autoalimenta ).

Quanto sopra non riduce la portata delle novità che la gestione indicizzata appare in grado di introdurre nel mondo del risparmio gestito, anche in termini di razionalizzazione e trasparenza della struttura dei costi: i gestori attivi dovranno ridurre, in particolar modo, gli oneri legati alla distribuzione e creare un nesso più diretto tra commissioni e qualità del servizio.

L'investitore insoddisfatto del rapporto costi/benefici offerto dagli intermediari tradizionali (banche, reti di vendita) avrà a disposizione la concreta alternativa di diversificare autonomamente il proprio patrimonio mobiliare o di rivolgersi a consulenti finanziari indipendenti (professione che potrebbe rapidamente affermarsi in Europa, come già avvenuto negli Stati Uniti).

Non sarà più sufficiente che il gestore si autodefinisca "attivo" per giustificare commissioni più elevate rispetto a quelle previste per i nuovi prodotti a basso costo, ma occorrerà creare valore aggiunto, e fare in modo che il cliente percepisca una maggiore qualità del servizio.

In quest'ottica troverebbero piena giustificazione commissioni di overperformance (ora oggetto di accese discussioni) con aliquote anche più elevate di quelle attuali, che vadano però ad integrare management fees simili a quelle previste per le gestioni passive con analoga struttura del portafoglio; il meccanismo di applicazione dovrebbe inoltre tener conto anche dell'eventuale underperformance. La stessa logica porterebbe a legittimare le commissioni che una GPF o un fondo di fondi comportano, in aggiunta rispetto a quelle dei fondi "bersaglio", purché questi ultimi siano prodotti passivi a basso costo e a condizione che sia dimostrato che l’investitore fruisce di servizi (e valore) aggiuntivi rispetto a quello incorporato nelle quote in cui il patrimonio viene investito.

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LA PERFORMANCE DEI FONDI COMUNI DI DIRITTO ITALIANO - tesi di laurea di Luigi Salvatore Picariello (Univ. di Salerno)