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Nate dalla esigenza dei trader professionali di mantenere sotto controllo costantemente le diverse posizioni assunte, le metodologie di value at risk sono oramai studiate ed utilizzate dagli operatori finanziari anche con riferimento ai problemi di gestione del portafoglio.

Definiamo value-at-risk la stima della massima perdita potenziale attesa, con un certo grado di probabilità, in un arco temporale definito. Essa misura il rischio massimo esistente su una posizione esposta all’instabilità di una o più variabili finanziarie .

Più che al VaR classico, nelle gestioni di portafoglio si fa ricorso ad un value at risk "relativo", mediante il confronto con un portafoglio benchmark: il Benchmark-VaR è, appunto, la stima del massimo scostamento del rendimento atteso tra un portafoglio (Vt) , e il suo benchmark (Bt) , per un dato livello di confidenza e per un certo orizzonte temporale . "Il VaR adotta un holding period di brevissimo periodo, solitamente da uno a dieci giorni, poiché al soggetto economico interessa conoscere la perdita massima probabile nell’immediato futuro. Il BmVaR dovrebbe adottare un holding period di medio periodo. Infatti il gestore non è interessato a conoscere il massimo scostamento ad un giorno, poiché lo scostamento non è di per sé una perdita. Al gestore interessa sapere quale potrà essere lo scostamento massimo nel momento in cui vengono resi noti congiuntamente i risultati della gestione e del suo benchmark, ovvero nelle scadenze in cui si formalizzano giudizi sulla gestione stessa."

Tra i limiti dell’approccio VaR, quello di non misurare il rischio di liquidità, la non utilizzabilità su orizzonti temporali medio-lunghi e il difficile e costoso processo di implementazione.

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LA PERFORMANCE DEI FONDI COMUNI DI DIRITTO ITALIANO - tesi di laurea di Luigi Salvatore Picariello (Univ. di Salerno)



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