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Tue11Mar200311:00
1.3. L’attuazione della stakeholders’theory e della social responsibility.
Le imprese, in seguito all’affermazione della stakeholders’theory, hanno dovuto ridefinire le proprie strategie competitive e le modalità di gestione dei temi sociali e ambientali in quanto sottoposte a valutazione da parte degli azionisti e al giudizio di legittimazione da parte di nuovi gruppi di soggetti. Di conseguenza, la comunicazione con l’esterno rappresenta per l’azienda un’importante opportunità per aumentare la propria accettabilità sociale ed offrire il proprio punto di vista corredandolo di informazioni per quanto possibile comprensibili, oggettive e verificabili.

Per rispondere adeguatamente alle richieste degli stakeholders, è stata introdotta dalle organizzazioni e dalle imprese una serie di strumenti innovativi per misurare, in base a parametri oggettivi, il comportamento relativo alle sue dimensioni fondamentali dell’etica applicata: la socialità e la sostenibilità.

Per quanto riguarda la dimensione della social responsibility delle imprese, sono stati adottati la certificazione SA 8000 (Social Accountability), la norma OHSAS 18001 (Occupational Health and Safety Assessment Series), la AA 1000 (Accountability 1000), i bilanci sociali e la carta dei valori di impresa. Relativamente alla dimensione della building sustainability, le imprese hanno sviluppato sistemi di gestione ambientale secondo le logiche degli standard internazionali ISO 14001 , del regolamento EMAS 1836/93 ( abrogato dal susseguente Regolamento EMAS 761/2001) -, le Dichiarazioni Ambientali di Prodotto (DAP) e da appositi bilanci e rapporti ambientali.

I primi interventi realizzati dalle imprese si sono tradotti nella redazione di un apposito codice etico , definibile come un insieme di regole morali a cui tutti gli operatori aziendali devono attenersi. E’ uno strumento adottato volontariamente dalle imprese e non è fatto valere da sanzioni giuridicamente inderogabili, ma trova efficacia solo in riferimento all’onestà di chi lo adotta, al metodo di elaborazione e ai meccanismi di controllo del suo reale rispetto. La motivazione che spinge le imprese ad adottare codici etici si ricollega alla fiducia riposta nella possibilità che il comportamento aziendale eticamente corretto favorisca lo sviluppo della azienda stessa.

Data, però, la soggettività di redazione e di adozione , il suddetto documento varia da una realtà aziendale all’altra, risultando fortemente eterogeneo a causa dell’impossibilità di definire schemi standard valevoli per la generalità delle imprese, il che ne ha limitato fortemente l’efficacia applicativa e la diffusione.

Per risolvere il problema della scarsità di modelli dei codici etici adottati dalle singole società, sono stati creati i cosiddetti codici di condotta per gruppi di imprese, applicati ad una pluralità di unità produttive appartenenti alla stessa filiera o operanti nella stessa zona. Questi vengono generalmente redatti con il supporto di apposite Organizzazioni non Governative (ONG) e si sono sviluppati prevalentemente nelle industrie tessili, di giocattoli e di pelletteria.

La costituzione della business ethics nelle imprese incontra una serie di difficoltà che scaturiscono dal fatto che l’etica (sociale e ambientale) è costituita da molteplici principi convergenti e che ogni interlocutore sociale ha una propria percezione dell’etica. Quindi essenzialmente si rende necessario tradurre i principi in obiettivi chiari e raggiungibili, che a loro volta vanno esplicati in azioni concrete guidate dalla logica del miglioramento continuo .

Le imprese quindi possono interagire con i diversi soggetti, per creare, attraverso il dialogo e il confronto, un’opportuna mediazione degli interessi prima di comunicare all’esterno i principi morali condivisi del punto di vista sociale e ambientale, oppure possono pubblicare il relativo bilancio per rimettersi interamente al giudizio del pubblico e svolgere successivamente gli interventi correttivi necessari, a confronto sociale avvenuto: spetta ovviamente al management scegliere la strada che ritiene più opportuna.

Si possono tuttavia estrapolare le attività centrali dell’adeguamento etico dell’azienda: quella di “monitoring” e di “orientamento al miglioramento continuo”. La prima consente di valutare costantemente il grado di apprezzamento delle funzioni imprenditoriali da parte della collettività e di correggere eventuali debolezze; la seconda permette, attraverso l’adozione di un di sistema di gestione ad hoc, di migliorare nel tempo la condivisione dei valori tra i diversi gruppi di interesse portando l’azienda verso livelli di eccellenza.
Le società che non sono in grado di adeguarsi al cambiamento in atto rischiano di dover sopportare una serie di oneri aggiuntivi che possiamo definire “costi della non-etica” (Birindelli G., Tarabella A., 2001).

Questi ultimi sono riconducibili ai costi di transazione di cui l’impresa (o l’individuo) deve farsi carico per evitare di esporsi al rischio di comportamenti scorretti o illegali della controparte, che viene meno in seguito all’orientamento etico, fluidificando le relazioni e gli scambi sui mercati.

In aggiunta, il diffondersi delle certificazioni dell’eticità migliora i rapporti tra imprese e pubblica amministrazione con il vantaggio di vedere ridotti i controlli e le eventuali sanzioni grazie all’instaurazione di un clima di fiducia reciproca. Ancora, il thinking ethically conduce verso il potenziamento del dialogo con gli stakeholders, fino a raggiungere la piena condivisione dei valori etico-sociali ed etico-ambientali; di qui il miglioramento dell’immagine aziendale e il rafforzamento della legittimazione da parte dei soggetti operanti sul territorio.

Infine, la cultura dell’eticità diffusa all’interno dell’impresa porta a sviluppare maggiore coesione, un linguaggio comune, un codice di comportamento; trattasi di strumenti in grado di creare una sorta di “affectio societatis” che riversa i suoi effetti positivi sul clima aziendale e sulla produttività, contribuendo altresì al benessere della collettività: una sfida a cui le imprese non possono più sottrarsi.
La responsabilità sociale non può essere lasciata all’autonomia e alla discrezione delle singole unità produttive: è necessario infatti un sistema legislativo che comprenda i principi fondamentali e le norme per la loro effettiva realizzazione. Si può aggiungere che il dettato legislativo rappresenta il punto di partenza per l’attuazione, la diffusione e la trasmissione dei principi etici. Si parla infatti sempre più spesso di due diligence, cioè di un nuovo strumento ad disposizione delle imprese per accertare se l’insediamento industriale sia “in regola” con le prescrizioni normative, se esistano garanzie adeguate per prevenire la deviazione dalle regole di riferimento e da eventi incidentali, se non vi siano delle diseconomie sociali o ambientali nascoste (hidden liabilities).

Una volta appurata la piena conformità legislativa, le imprese possono anche impegnarsi per andare oltre la legislazione in un processo di confronto e condivisione dinamica dei valori per arricchire, ovvero esportare in altri contesti le valenze etiche superiori. Le aziende multinazionali possono addirittura divenire esportatrici dei suddetti modelli di eccellenza, creando così un elemento di differenziazione che può, a pieno diritto, accrescere la legittimazione sociale da parte del contesto territoriale di riferimento, che costituisce un fattore competitivo fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio economico nel lungo periodo.

tratto dalla tesi della dott.ssa Elisabetta SCALA
LA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA E IL BILANCIO SOCIALE NELLE AZIENDE DI CREDITO
Università di Genova - Facoltà di Economia - 28/01/2003



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