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Negli ultimi anni i fenomeni di internazionalizzazione e globalizzazione dei mercati hanno portato le economie ad intensificare gli scambi e a competere in aree più vaste rispetto alle consuete realtà nazionali.

I confini geo-politici hanno perso progressivamente importanza nella delimitazione dello spazio entro cui sviluppare le relazioni commerciali, politiche e sociali, lasciando il posto ad un modello di “economy without society” (Birindelli G., Tarabella A., 2001, p. 13). Di conseguenza, le imprese si sono trovate nella necessità di studiare attentamente i prodotti più adatti, il mercato, gli strumenti finanziari, le risorse umane e strategiche presenti nelle diverse culture nazionali, orientandosi – quando possibile – verso la specializzazione produttiva nelle realtà contraddistinte da minori costi dei fattori produttivi.

Se vi è stato, in un primo momento, un consenso unanime nel ritenere il modello capitalistico l’unico in grado di permettere la massimizzazione dei benefici economici, in seguito il nuovo scenario di riferimento ne ha evidenziato contestualmente i limiti, che hanno inciso sul benessere della collettività: le esternalità negative, l’assenza di equità, il mancato rispetto delle leggi, la criminalità fiscale, il permanere delle condizioni inique dei lavoratori in alcune aree del pianeta, lo sfruttamento dei bambini, la discriminazione razziale, sessuale, religiosa e, infine, l’incolmabile divario nelle produzioni e nei consumi tra Nord e Sud del mondo.

Per questi motivi all’alba del terzo millennio si vanno sempre più affermando i principi del rispetto dell’etica, della socialità e dell’ambiente, valori a lungo tralasciati per seguire la strada del profitto e del tornaconto aziendale.

L’etica , come teoria e disciplina filosofica autonoma, nasce con Aristotele e si occupa dell’agire umano o più precisamente, della prassi necessaria ad assicurare una vita portata a buon fine per un cittadino della comunità della polis greca: è quindi essenzialmente rivolta al comportamento di un individuo all’interno della struttura sociale di riferimento. Aristotele afferma che “chi non può entrare a far parte di una comunità, chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma è una belva o un dio” (Pol. I, 2, 1253a, 27-30), quindi l’innovazione portata dal suo pensiero è stata quella di mettere al centro del problema non tanto il soddisfacimento del bene del singolo, quanto arrivare ad una valutazione pienamente etica, e considerare in senso più ampio “il bene”.

La parola etica attualmente, nel mondo finanziario, ha una connotazione meno ampia riguardo al suo naturale posizionamento filosofico , a causa della distanza venutasi a creare tra etica ed economia , perciò le imprese non si possono più limitare al concetto di efficienza nella valutazione del loro operato, ma devono anche introdurre parametri adeguati per misurare il contributo apportato al benessere collettivo. L’azienda, infatti, è una realtà in cui si realizzano i bisogni umani e ciò non può che avere importanti risvolti morali.

Anche negli studi economici, e in particolare in quelli che riguardano la realtà aziendale, hanno assunto sempre maggiore rilevanza gli ambiti di applicazione dell’etica e le relative classificazioni (etica dell’economia, dell’impresa, business ethics ), nonché due dimensioni dell’etica particolarmente interessanti ai nostri fini: quella sociale e quella ambientale.

A metà degli anni Settanta, la Securities and Exchange Commission statunitense – su richiesta del Natural Resources Defence Council - introduce alcune variabili sociali tra le informazioni che le imprese quotate dovrebbero offrire agli investitori e al pubblico. Così negli Stati Uniti iniziano a circolare le tematiche della business ethics, della corporate responsibility, e della socially building che si diffondono successivamente in tutti i paesi avanzati. Le imprese, infatti, assistono ad uno sconvolgimento radicale della concezione del loro equilibrio, in base al principio secondo cui il successo non deriva più – o non solo – dal perseguimento di obiettivi di natura reddituale, quanto dal rispetto delle funzioni sociali conseguente al fatto di essere inserite in un contesto esterno con il quali instaurano complesse ed articolate relazioni.

Il nuovo paradigma basato sulla social responsibility non mette tanto in discussione il mercato globale o la centralità dell’attività produttiva, quanto le modalità di sviluppo dell’economia basate sullo sfruttamento intensivo non solo dei fattori produttivi elementari (capitale e lavoro), ma anche delle risorse naturali, con conseguenze disastrose sull’ampliamento delle disuguaglianze socio-economiche tra i paesi avanzati e in via di sviluppo e sullo svilimento della carryng capacity del pianeta . Questo porta ad un impoverimento della mission aziendale nell’ottica della crescita del benessere, della qualità della attività e dell’ottimizzazione delle condizioni di eccellenza.

I costi sociali e le diseconomie esterne connesse all’attività delle imprese, come i disastri ecologici, l’utilizzo di lavoro minorile e lo scarso rispetto di norme di sicurezza sul lavoro da parte dei subcontractors, le operazioni finanziarie speculative che provocano forti turbolenze nei mercati finanziari e nei sistemi sociali dei Paesi in via di sviluppo, il sostegno a governi non democratici o che praticano politiche di discriminazione, le campagne di pubblicità ingannevole sono denunciati da agenzie internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità e l’International Labour Office (ILO), da gruppi di opinione, da movimenti di protesta, da organizzazioni non governative come Greenpeace e Amnesty Intenational .

Diventa, così, indispensabile integrare la dimensione economica con quella sociale ed ambientale affinché ogni attività aziendale contribuisca ad aumentare il benessere collettivo, producendo miglioramenti non solo – o meglio non più – di tipo quantitativo, tramite il riferimento al valore d’uso dei prodotti, e al valore di esistenza, il che consente di tener conto dei limiti che la natura e le regole collettive impongono per assicurare a tutti un miglioramento della qualità di vita.

Inoltre si rende necessario garantire parità di accesso alle risorse da parte degli attuali cittadini della Terra, senza distinzione rispetto al luogo o al paese in cui vivono, evitando il perorare di condizioni di estrema povertà per alcune fasce di popolazione (equità infragenerazionale), oltre alla necessità di garantire alle generazioni future la possibilità di soddisfare i propri bisogni in termini materiali (equità intragenerazionale) . Quindi l’armonia, la democrazia, la sicurezza, la libertà rappresentano valori da preservare e conservare al pari delle risorse. Si rende necessario abbandonare il modello economico “a doppia velocità” (Carley M., Spapens P., 1999, p. 5), nel quale le imprese nei Paesi industrializzati, insieme a quelle di un piccolo gruppo di nazioni emergenti, godono di elevati livelli di crescita economica e tecnologica impedendo la realizzazione del potenziale di sviluppo di tutti gli altri popoli in Africa, Asia e America Latina.

Strettamente collegato all’operato dell’impresa è il concetto di corporate citizenship, inteso come una vera e propria cittadinanza dell’impresa, considerata alla stregua di un qualunque individuo. Pertanto, l’operato aziendale viene valutato innanzitutto come derivante da un membro della collettività e solo successivamente come frutto di un’attività produttiva. Ciò rafforza il legame territoriale dell’ente economico e lo spinge verso il rispetto delle regole sociali e delle consuetudini condivise. In particolare, il sistema bancario può avere ricadute benefiche sullo sviluppo economico territoriale, principalmente attraverso due diverse modalità che si possono definire “di natura sia quantitativa che qualitativa” (Cesarini F., Ferri G., Giardino M., 1997 in Stornello G., 2001, p. 153):

-- in primo luogo, la presenza di intermediari creditizi ben funzionanti consente e facilita l’incontro tra offerta e domanda di capitali di un dato sistema economico, riducendo la portata di tutta una serie di vincoli come, ad esempio: il vincolo di liquidità, le asimmetrie informative, i problemi d’agenzia, contribuendo in tal modo ad accrescere il tasso di risparmio e, quindi, la quantità di capitali investibili;

-- secondariamente, le banche consentono di incanalare i capitali disponibili verso quelle forme d’investimento che prospettano le maggiori opportunità di profitto e di crescita, elevando quindi la produttività marginale del capitale stesso.

A proposito, gli intermediari che, in concreto, appaiono più indicati per garantire uno sviluppo economico sostenuto e, al tempo stesso, socialmente sostenibile e desiderabile, sembrano essere quelli che riescono a coniugare, in virtù della loro struttura organizzativa e proprietaria, la pura logica del profitto privato con i bisogni diffusi delle comunità locali, come fanno le banche a vocazione locale, dove il cittadino è contemporaneamente socio, dipendente, risparmiatore ed investitore. Le banche locali hanno la capacità, oltre che di consentire una più competente e, conseguentemente, più efficiente allocazione del risparmio, di disincentivare il manifestarsi di atteggiamenti opportunistici e socialmente dannosi. Oltre che efficienti da un punto di vista allocativo, le banche locali svolgono un’importante funzione economica e di sostegno allo sviluppo, consentendo anche la creazione di un mercato dei capitali in aree geografiche che altrimenti ne sarebbero prive, innescando nel territorio di competenza un circolo virtuoso tra sviluppo finanziario e crescita economica sostenibili.

A proposito del corporate citizenship, la rivista americana Business Ethics ha elaborato una classifica delle prime 100 “Best Corporate Citizens”, su di un panel di 650 società, attribuendo un punteggio basato sull’analisi di cinque aree di riferimento: l’ambiente, il rapporto con le comunità locali, le relazioni con i propri dipendenti, i clienti e il rispetto delle diversità. Le aziende che si sono posizionate ai primi 25 posti di questa prestigiosa graduatoria sono elencate nella Tavola 1.1..

La dimensione etica dell’impresa riguarda anche la sostenibilità: essa può essere definita come l’insieme delle relazioni tra le attività umane e le loro dinamiche, generalmente più lente; queste devono essere tali da permettere alla vita di continuare, agli individui di soddisfare i loro bisogni e alle diverse culture di svilupparsi, ma in modo tale che le variazioni apportate non modifichino il contesto biofisico globale (tale è la definizione di sviluppo sostenibile, diventata molto popolare negli anni Ottanta). Ciò non vuole dire che l’ecosistema debba essere conservato intatto, bensì che occorre preservare la base ecologica per lo sviluppo (vedi § 4.1.).


tratto dalla tesi della dott.ssa Elisabetta SCALA
LA RESPONSABILITA’ SOCIALE D’IMPRESA E IL BILANCIO SOCIALE NELLE AZIENDE DI CREDITO
Università di Genova - Facoltà di Economia - 28/01/2003




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