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Thu23Jan200313:45
Il funzionamento del sistema finanziario (inteso come insieme di mercati, intermediari finanziari e strumenti finanziari) e la dinamica complessiva dei fenomeni finanziari trovano origine nelle decisioni e nei comportamenti posti in essere dagli operatori presenti nel sistema economico relativamente alla produzione e distribuzione del reddito, al consumo ed al risparmio.

Il mercato finanziario, cioè l’insieme delle negoziazioni di strumenti finanziari, opera come collegamento tra i settori in surplus, caratterizzati dagli operatori che presentano un avanzo finanziario, ed i settori in deficit, caratterizzati dagli operatori che evidenziano un disavanzo finanziario, canalizzando le risorse disponibili verso forme adeguate di impiego; esso deve essere in grado di offrire ai risparmiatori ed agli utilizzatori finali risorse finanziarie in grado di rispondere alle loro esigenze future in termini contrattuali (scadenza) e di un adeguato rapporto di rendimento – rischio.

Gli scorsi decenni, anche a causa di scelte di politica economica, hanno visto le imprese impegnate a fronteggiare un andamento altalenante del proprio disavanzo finanziario mediante il ricorso all’indebitamento verso il sistema bancario, prevalentemente pubblico. A fronte di ciò le statistiche della Banca d’Italia (disponibili dalla metà degli anni ‘60) evidenziano come, a partire dal periodo immediatamente successivo al "miracolo economico", gli Italiani abbiano destinato al risparmio quote delle proprie disponibilità finanziarie ben al di sopra della media dei Paesi industrializzati, con una propensione media al risparmio che solo recentemente si è allineata a quella europea, scendendo dai valori superiori al 20% dei primi anni ‘90 all’ 11 – 12% circa degli ultimi anni.

Venendo all’aspetto che ci interessa più da vicino, e cioè alle forme assunte dal risparmio delle famiglie, possiamo individuare alcune grandi fasi contrassegnate da comportamenti di massa largamente condivisi.

Negli anni cinquanta e sessanta le banche e, nei piccoli centri, gli uffici postali, dominano incontrastate il mercato con i propri strumenti di raccolta diretta (libretto di deposito, conto corrente, cartelle fondiarie, buoni fruttiferi) . Mancano un positivo clima di concorrenza (il sistema bancario è quasi del tutto di proprietà pubblica), ogni forma di trasparenza (la vigilanza della Banca d’Italia ha come finalità preminente quella di evitare dissesti; la Consob è stata istituita solo nel 1974), i controlli "sociali" (stampa specializzata, associazioni dei consumatori). Agli inizi degli anni settanta, con la crisi petrolifera e l’innescarsi della spirale prezzi-salari, la situazione cambia notevolmente. Lo scenario economico-finanziario instabile, il tasso di inflazione particolarmente elevato , i mercati mobiliari con pochi titoli quotati e scarso flottante spingono i risparmiatori verso i beni rifugio: gli immobili (prime e seconde case) o, con le limitazioni di una fattispecie allora vietata dalla legge, le valute estere, in primo luogo il franco svizzero. Ma la tendenza delle istituzioni bancarie a privilegiare e proteggere i mercati di raccolta nei confronti di prodotti sostitutivi accusò un primo vero cedimento solo di fronte all’affermarsi, nel gradimento dei risparmiatori, dei titoli del debito pubblico, il cui fattore di successo era fondamentalmente costituito dagli elevati rendimenti nominali . In questo contesto, caratterizzato, tra l’altro, da scarsa informazione ; normativa carente e di matrice pubblicistica; disinteresse verso gli strumenti finanziari alternativi (i cui volumi apparivano trascurabili al Tesoro, che ragionava in termini delle proprie maxi-emissioni) fanno la loro comparsa, con grande ritardo rispetto ai Paesi economicamente e finanziariamente più sviluppati , le prime sperimentazioni, relativamente di massa, di risparmio gestito. Si tratta di alcune tra le tante iniziative promosse, in quegli anni, da grandi gruppi finanziari (Ras, IMI) come pure da avventurieri senza scrupoli, facendo leva sulla volontà di una parte dei risparmiatori di contrastare l’erosione del potere d’acquisto della moneta ricorrendo a strumenti alternativi a titoli di stato e depositi bancari; questi primi strumenti di risparmio collettivo, organizzati e gestiti seguendo i principi mutuati dall’esperienza del mondo finanziario anglosassone, sono detti fondi atipici . Dopo questo avvio (in molti casi disastroso per i risparmiatori che vi riposero fiducia e risorse) e nell’attesa di una regolamentazione ufficiale dell’intera materia, furono promossi dei fondi con sede legale stabilita nel Lussemburgo (i cosiddetti Lussemburghesi Storici), antesignani dei fondi comuni di diritto italiano .

Si arriva così alla Legge 77/83 ("Istituzione e disciplina dei fondi comuni d’investimento mobiliare"), vero atto di nascita dell’industria del risparmio gestito nel nostro Paese, ed al lancio, nel 1984, del primo prodotto conforme alla nuova normativa, da parte della Ras. Tuttavia, ancora per diverso tempo (in pratica fino ai primi anni ‘90), non c’è un vero impegno dei proponenti, né investimenti nella formazione del personale e nella qualità della gestione.

La vera svolta si ha con l’inizio della marcia verso l’Euro, con i suoi effetti di concreta possibilità di diversificazione sui mercati internazionali e del ribasso degli interessi sui titoli di Stato in primo luogo. La conseguente ricerca di alternative ha avuto come punti di riferimento l’investimento azionario ; le obbligazioni atipiche (quali le "strutturate" index bond e reverse floater) e i titoli pubblici emessi dai Paesi "emergenti". Ma il principale protagonista del processo di riallocazione delle attività finanziarie delle famiglie è stato il risparmio gestito.

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LA PERFORMANCE DEI FONDI COMUNI DI DIRITTO ITALIANO - tesi di laurea di Luigi Salvatore Picariello (Univ. di Salerno)



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