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Sat06Nov200400:10
In bicicletta contromano non si deve andare, anzi non si deve proprio andare in bicicletta se non nelle gite domenicali...

Ci pare giusta e ovvia la sentenza della Cassazione che ha confermato quanto la Prefettura di Firenze aveva sanzionato: in bicicletta si deve rispettare il codice della strada, cosi' come devono fare automobilisti, motociclisti e pedoni.

Se qualcuno aveva pensato il contrario e lo ha messo in pratica, e' solo cascato nel terribile tranello che quasi tutti i tutori del traffico urbano tendono: la discrezionalita', l'uso della "comune diligenza e della comune prudenza", proprio come dice questa sentenza di Cassazione.

Cioe' tutto e il contrario di tutto. L'italiano medio, si sa, e' abituato a non vivere nella legalita' (soprattutto nell'ambito del trasporto privato). Se verifica che per andare da casa all'ufficio in bicicletta, con due o tre percorsi contromano passando magari accanto ad un vigile che e' li' per bloccare i malintenzionati che vorrebbero prendere la corsia riservata ai mezzi pubblici e di soccorso, ci mette un quinto del tempo che impiegherebbe con un mezzo pubblico, si comprera' una bicicletta e convincera' anche qualcun altro a farlo. Ma se dopo alcuni mesi che, salutando lo stesso vigile tutti i giorni, gli viene impedito l'accesso a quelle strade, com'e' giusto che sia, cosa fara'?

Cerchera' un percorso alternativo, magari passando sui marciapiedi e facendo lo slalom tra i pedoni, incontrando altri vigili che non gli diranno nulla. E cosi' all'infinito.

C'e' qualcuno, anche vigile, che ha il coraggio di dire al nostro ciclista che, invece di quei due o tre percorsi contromano, si deve fare due o tremila metri in piu' per seguire i leciti instradamenti del traffico? Per ora solo la Cassazione, ma anch'essa con quella "comune diligenza e comune prudenza". Che e' la stessa, senza neanche tanto estremizzare, che porta le forze dell'ordine a non intervenire per bloccare la consumazione del reato di adescamento che avviene tutti i giorni su numerosi viali di qualunque citta' italiana, se non ogni tanto a scopo dimostrativo. E si potrebbe dire lo stesso anche per i luoghi dove avviene il mercato delle droghe clandestine.

Qual'e' la conclusione che se ne trae? Che se la legge deve esser rispettata, come ognuno auspica, la bicicletta non puo' essere considerata un mezzo di trasporto urbano, ma buona solo per le passeggiate domenicali. E quindi che tutti i paroloni di assessori e sindaci che promuovono la mobilita' urbana con questo mezzo, sono al vento, se non si mette la citta' in condizione strutturale per supportare, nel rispetto delle regole, questa mobilita'. Non c'e' da andare tanto lontano per capire come: la sorella Germania, grossomodo, ha una pista ciclabile a doppio senso per ogni strada, ed ha un numero di autovetture circolanti piu' alto dell'Italia. Ma qui no: si preferiscono i parcheggi automobilistici per i residenti (che prendono anche piu' di meta' del manto stradale), che non le piste ciclabili e la costruzione o trasformazione di edifici per farne parcheggi pubblici e parcheggi per le stesse biciclette.

Continuiamo a farci male e appendiamo la bicicletta al chiodo?
(Vincenzo Donvito)

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