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Sviluppo industriale e migrazioni sono fra le prime cause. La domanda cinese di grano rischia di squilibrare tutto il mercato mondiale. All’Assemblea Nazionale del Popolo, terminata a metà marzo, il premier Wen Jiabao ha detto che il problema delle campagne è “la questione” della Cina attuale e ha decretato una serie di aiuti e provvedimenti. Già lo scorso 8 febbraio, con una inusuale procedura d’urgenza, il governo ha incrementato gli stanziamenti per l’agricoltura di circa tre miliardi di dollari, con un aumento del 25 % della spesa pubblica destinata a tale settore. Tali provvedimenti sono segno di un crescente allarme per una potenziale emergenza alimentare soprattutto in rapporto al fabbisogno di cereali.

Negli ultimi 50 anni la produzione di grano in Cina ha avuto un incremento straordinario: da 90 milioni di tonnellate nel 1950, si è passati ad un raccolto record di 392 milioni di tonnellate nel 1998. Da allora però la produzione ha continuato a diminuire e nel 2003 è stata di 322 milioni di tonnellate. La riduzione di 70 milioni di tonnellate è pari all’intero raccolto del Canada, uno dei maggiori paesi esportatori al mondo. Il calo di produzione riguarda anche riso e mais, ma la caduta maggiore è per il grano, la cui domanda viceversa è aumentata a causa del maggior benessere della popolazione urbana, più propensa all’uso di questo cereale.

Finora il deficit della produzione di grano è stato arginato utilizzando le notevoli scorte governative, limitando in tal modo gli effetti per i consumatori cinesi. Ora che il livello delle scorte si è ridotto, per la prima volta nella storia recente della Cina, delegazioni di Pechino si sono recate in Australia, Canada e Stati Uniti per acquistare circa 5 milioni di tonnellate di grano. Tali acquisti hanno spinto in alto i prezzi internazionali e gli operatori del settore temono che nei prossimi anni gli incrementi dei prezzi saranno più marcati. Nel solo 2003 la differenza tra produzione e consumo di grano in Cina è stata di 19 milioni di tonnellate. Quando l’anno prossimo le scorte saranno esaurite, la Cina dovrà importare l’intera totalità di tale differenza.

La situazione è ancora più allarmante per quanto riguarda il riso perché la produzione e l’interscambio mondiale di tale cereale sono minori. Cercare di coprire un deficit di produzione di riso pari a 20 milioni di tonnellate quando le esportazioni mondiali di riso sono solo 26 milioni di tonnellate, potrebbe generare un sorta di terremoto economico in questo settore.

Per il mais le conseguenze potrebbero essere meno significative ma con un deficit di 15 milioni di tonnellate annue la Cina, esaurite presto le scorte, potrebbe parimenti trovarsi a doverne importare.

Le cause

Le cause del buco nella copertura del fabbisogno alimentare sono varie.

Dal lato della domanda vi è l’aumento della popolazione di circa 11 milioni di persone all’anno, ma vi è pure un maggiore reddito pro capite che si traduce in una domanda ancora maggiore di granaglie. Il miglioramento del tenore di vita in Cina ha infatti come conseguenza un maggiore consumo soprattutto di uova e di carni suine ed avicole, in misura minore di latte e carne bovina. Il punto è proprio questo: in Cina gli allevamenti non sono a pascolo brado o semibrado, ma intensivi. La produzione di un chilo di carne richiede diversi chili di cereali come mangimi per l’alimentazione degli animali. A parità di peso o di contenuto proteico, l’accresciuto consumo di carni o di proteine animali necessita un aumento più che proporzionale del fabbisogno di produzione cerealicola primaria.

Dal lato dell’offerta, il deficit di cereali è in gran parte dovuto alla riduzione delle aree coltivate, passate da 90 milioni di ettari nel 1998, a 76 milioni di ettari nel 2003. Le ragioni di questa riduzione stanno nella diminuzione di acqua disponibile per l’agricoltura, nell’espansione dei deserti, nella conversione di terre coltivate ad usi non agricoli, nel passaggio a colture di maggior valore ed infine nella riduzione della manodopera, emigrata nelle più prospere zone costiere, così da non permettere più il doppio raccolto annuale.

Sulla disponibilità di acqua, va detto che nella Cina settentrionale le piogge stanno diminuendo. Di conseguenza, le falde acquifere si esauriscono e gli agricoltori devono o adattarsi a coltivare terreni a bassa resa in zone aride, oppure devono abbandonare del tutto ogni coltivazione agricola. Va notato anche che con l’acqua sempre più scarsa, il governo preferisce garantirla a città e industrie piuttosto che alle campagne.

L’espansione dei deserti, come ad esempio quello del Gobi, porta a una riduzione di circa 10mila kmq all’anno in aree coltivate; in questo pesa anche l’uso di piantare alberi per frenare la desertificazione.

Anche l’urbanizzazione crescente e la costruzione di strade sottrae terreni all’agricoltura. Il Ministero del Territorio e delle Risorse calcola che le 6 mila zone speciali di sviluppo ed i parchi industriali occupino circa tre milioni e mezzo di ettari. Considerazioni analoghe vanno fatte riguardo alla crescente diffusione di autoveicoli: per ogni 50 nuove auto, occorre asfaltare un ettaro per posteggi, strade ed autostrade. Con 2 milioni di nuove auto messe in circolazione nel solo 2003, l’impatto è impressionante.

Lester Brown, noto ambientalista americano, presidente dell’Istituto di Politica della Terra, ha detto che se non si invertiranno le attuali linee di tendenza e - se non si verifica un clamoroso collasso del sistema economico cinese - nei prossimi anni la Cina potrebbe arrivare a dover importare dai 30 ai 50 milioni di tonnellate di cereali all’anno. Dato che la Cina vanta un avanzo commerciale di 120 miliardi di dollari nei confronto degli Stati Uniti, ai cinesi non manca la capacità di spesa per acquistare due volte l’intero raccolto annuale americano. Il prezzo delle granaglie però verrebbe senz’altro a risentirne anche perché le riserve mondiali sono ai minimi livelli degli ultimi trenta anni. I costi decrescenti delle derrate agricole cui ci si è assuefatti potrebbero essere pertanto un ricordo del passato, non solo per i cinesi ma per tutto il mondo.

Un simile scenario comporta anche notevoli problemi logistici in termini di disponibilità di navi da carico e di infrastrutture portuali. Già ora ad esempio, in molti porti cinesi, le navi attendono in rada anche fino a un mese, prima di ormeggiare e scaricare le merci. Rimangono da notare due paradossi, entrambi legati alle scelte squilibrate ed anarchiche sullo sviluppo fatte dal governo cinese:

1) in poco tempo la Cina è passata da paese di esportazioni agricole a importatore di dimensioni gigantesche;

2) è curioso che con circa il 70% della popolazione impiegata in agricoltura, per la copertura del proprio fabbisogno alimentare, la Cina deve dipendere da paesi in cui la popolazione occupata in agricoltura è meno del 2%. Asianews.it



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