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Wed13Nov200222:22
I prezzi al consumo visti dalla massaia e dagli economisti
Per quanto si voglia convincere l’opinione pubblica che l’impatto sui prezzi, con il passaggio all’euro, risulta nel complesso limitato, chi ha a che fare con la spesa quotidiana non può pensarlo allo stesso modo. Alla fine anche i più cauti hanno dovuto ammettere che almeno per i beni ed i servizi di più frequente consumo, come i prodotti forniti dai pubblici servizi, in particolare quelli alimentari, l’incidenza non è stata trascurabile come in un primo momento si voleva far credere. E tutto ciò a “dispetto” dell’indice dei prezzi al consumo indicati dall’Istat. A questo riguardo va detto che si tratta tanto di una valutazione errata quanto di una base posta male e tramite la quale i prezzi riscontrati dal paniere non hanno trovato un naturale corrispettivo con la realtà dei bilanci familiari.

Se ci poniamo nei panni di una massaia che nel mese di novembre del 2002 ha acquistato al mercato rionale gli stessi prodotti dell’analogo periodo dello scorso anno ci troviamo, conti alla mano, ad una spesa maggiorata del 12% nella media e l’euro vi entra per almeno un terzo del maggior costo. E’ un aspetto che difficilmente si può contestare o giustificare in qualche modo considerato che i “costi alla fonte” non hanno avuto analoga maggiorazione. L’incremento maggiore è stato determinato dagli “intermediari”: grossisti e dettaglianti.

Vi è, quindi, una “bolla speculativa” che si traduce in un giudizio critico nei confronto del Governo che non ha saputo porvi riparo per tempo e ne avrebbe avuto se avesse considerato seriamente tale aspetto inflattivo. Si è trincerato, invece, per mesi nel negare ogni aumento, a dispetto dell’evidenza, e facendosi forza degli indici di crescita dei prezzi indicati dall’Istat.

C’è voluta una mezza rivoluzione dei consumatori e delle associazioni che li rappresentano per finire con l’ammettere aumenti fuori misura e a lanciare qualche segnale imbonitore nei confronti dei più recalcitranti. Ora ci chiediamo di fronte ai nuovi segnali di “crisi” dei consumi e dell’instabilità dei conti pubblici come si farà per reintegrare, almeno in parte, il ridotto potere d’acquisto dei cittadini, in specie per quella fascia più a rischio calcolata intorno ai 12 milioni, con una rivalutazione adeguata dei loro redditi?

Ora suona persino come una beffa l’aver portato le pensioni minime al milione delle vecchie lire. Esse andrebbero da subito rivalutate almeno di un altro 20%. Fidest