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Sat09Nov200200:00
Investire Controcorrente (1/4)
Il conformismo finanziario e le alternative possibili
Analisti che suggeriscono di comprare ai massimi e di vendere ai minimi, gestori che fanno peggio del mercato, revisori che certificano bilanci dubbi, venture capitalist che speculano ma non investono: una riflessione senza ipocrisie sul conformismo culturale e la pavidità della finanza italiana.
Un libro scritto da Paolo Sassetti ed edito da FrancoAngeli.

1. La rimozione psicoanalitica delle responsabilità ge-stionali nell’industria del risparmio gestito

Where are the customers’ yachts? è il titolo di un libro americano del 1940 che smitizza con ironia alcune credenze che circondano il mondo dell’intermediazione finanziaria. Il titolo si ispira all’aneddoto di un cliente del grande banchiere J.P.Morgan in visita presso il New York Yacht Club.

“Vede? – indicò J.P.Morgan – questi sono gli yacht dei banchieri e questi altri quelli dei broker”.“E, quindi, dove sono gli yacht dei clienti?” chiese il cliente. La domanda era maliziosa ma sicuramente lecita.

Anche nel libro Investire controcorrente. Il conformismo finanziario e le alternative possibili, FrancoAngeli, 2002 uno degli interrogativi principali riguarda il livello concreto di servizio ed il valore aggiunto reale offerti dall’industria del risparmio gestito ai suoi clienti, i risparmiatori privati e gli investitori istituzionali.

In Italia, come nel resto del mondo occidentale, quest’interrogativo è stato confinato nell’ombra da circa tre lustri di mercati azionari toro ali-mentati da un contestuale processo internazionale di disinflazione. Tuttavia, la profonda correzione dei mercati azionari internazionali nel triennio 2000-2002 ha reso d’attualità la sentenza “do not confuse a bull market with a mind”, “nei mercati toro siamo tutti geni”. Oltre tre lustri di guada-gni borsistici diffusi hanno messo in secondo piano performance del “sistema fondi” che troppo spesso si sono rivelate sotto ai benchmark di riferimento e la sostanziale inadeguatezza dell’industria del risparmio gestito nel configurare modifiche radicali nelle politiche di asset allocation dei portafogli gestiti.

Il fatto che la correzione borsistica degli anni 2000-2002 sia stata accompagnata, ma solo parzialmente alimentata, dal fenomeno delle manipolazioni contabili passato sotto il nome di “enronite” ha fatto sì che il mondo del risparmio gestito, grazie appunto all’emergere degli scandali contabili, abbia avviato un processo di rimozione, psicoanalitica oltre che politica, delle sue responsabilità gestionali nei confronti della clientela grande e minore.

In Italia si è registrata una manifestazione esemplare di questo processo di rimozione in occasione della pubblicazione da parte di Mediobanca del “Rapporto 2001 sul risparmio gestito” che ha visto il presidente di Assogestioni mettersi in luce non tanto per una pacata critica metodologica al Rapporto quanto per aver vibrato uno scomposto attacco alla banca d’affari milanese: come dovrebbe altrimenti giudicarsi il tentativo di mettere sotto accusa il Rapporto con l’infelice argomentazione che anche il titolo Mediobanca avrebbe performato peggio dell’indice dei titoli bancari? Come se la presunta sottoperformance del titolo Mediobanca escludesse moralmente il diritto di svolgere una ricerca sulle performance dei fondi comuni!

Investire controcorrente individua nella mancata gestione dinamica dell’asset allocation (qui intesa come percentuale d’investimento allocata sulle azioni) dei portafogli azionari la ragione principale del modesto livello di servizio complessivamente offerto dall’industria del risparmio gestito alla clientela. Infatti, l’analisi empirica ha rilevato che gran parte del rendimento dei portafogli azionari deve attribuirsi alla gestione della variabile asset allocation e che normalmente tale variabile ha un impatto decisamente superiore alla variabile stock picking (selezione dei titoli) sul rendimento finale dei portafogli. Se la variabile asset allocation viene poco o nulla gestita, il rendimento finale del portafoglio tende semplicemente e passivamente ad approssimarsi al rendimento medio ponderato delle performance dei benchmark delle classi d’investimento in cui il portafoglio è originariamente e staticamente allocato. Ne consegue che, ogni qual volta viene a mancare la gestione attiva della variabile più rilevante ai fini delle performance (e del rischio) dei portafogli, viene conseguentemente a mancare proprio la gestione attiva della variabile che dovrebbe più di ogni altra caratterizzare il servizio del risparmio gestito.

Nonostante l’evidenza di questo problema, nell’industria del risparmio gestito gran parte delle risorse di ricerca normalmente è spesa nei servizi di equity research dedicati all’attività di stock picking. Questo scelta organizzativa apparentemente illogica (ovverosia l’allocazione di prevalenti risorse umane su un’attività – lo stock picking – che, invece, ha un impatto secondario sulle performance dei portafogli gestiti) è spiegabile con prevalenti motivazioni di marketing.
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