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"Catch the dream", afferra il sogno, è lo slogan di Freddie Mac, nomignolo affettuoso per Federal Home Loan Mortgage Corporation, una delle tre agenzie governative incaricate di finanziare il desiderio degli americani di possedere una casa.

Un sogno su cui adesso si allungano le ombre di pasticci contabili, di un'inchiesta penale, dell'immancabile polemica sulla buonuscita dei manager defenestrati ma ricoperti d'oro: l'ex amministratore delegato, Leland Brendsel, si porta a casa un pacchetto da 24 milioni di dollari, mentre David Glenn, licenziato in tronco, incasserà 5,3 milioni di stock option.

La possente industria dei mutui oltreoceano è un gigante da 7mila miliardi di dollari che si regge su un mercato secondario quasi monopolizzato da Freddie Mac, istituita dal Congresso nel 1970, e dalla "sorella" più anziana, Fannie Mae, creata dal Governo nel 1938 dopo gli anni bui della grande Depressione che di sogni ne avevano infranti a iosa. Esiste pure una Ginnie Mae che però, a differenza delle due cugine, è completamente garantita dal Tesoro. Invece i colossi Freddie e Fannie sono società private pur godendo di ambiguità legislative: quotate in Borsa non risultano soggette agli obblighi di trasparenza stabiliti per le altre istituzioni finanziarie. Rientrano infatti nell'ibrida categoria delle "Government sponsored enterprises".

Molto potere, pochi controlli, nessuna garanzia statale. Le "gemelle" hanno lo scopo di rendere più efficiente l'industria dei prestiti, assicurando un flusso di cassa alle banche: Freddie Mac e Fannie Mae comprano i mutui dagli istituti di credito, una parte viene messa nel portafoglio, un'altra viene trasformata in titoli poi venduti agli investitori. Le società finanziano gli acquisti con denaro raccolto attraverso l'emissione di bond. Al duo sponsorizzato dal Governo va la fetta più grossa della torta: possiedono o garantiscono circa il 42% dell'intero mercato dei mutui. Freddie, che è la numero 2, assicura o detiene mille miliardi di dollari. Ma al pari della sorella non ha l'obbligo di presentare rendiconti trimestrali alla Sec.

A verificare i conti c'è un organo poco conosciuto, l'Office of Federal Housing Enterprise Oversight. Però l'anno scorso le sorelle hanno accettato di cominciare a inviare dati alla Sec, un'apertura ai controlli in corner fatta mentre sul cielo di Freddie Mac si addensavano le nubi della tempesta. I revisori subentrati ad Arthur Andersen avevano messo nel mirino le modalità di iscrizione in bilancio dei titoli derivati.

Alla miscela esplosiva contribuiscono gli interrogativi sull'adeguatezza del rapporto tra capitale e debiti di gran lunga più basso rispetto a quello imposto alle altre società. L'azzeramento dei vertici di Freddie Mac e le indagini della magistratura hanno ora ridato voce alle Cassandre che da tempo chiedono una revisione delle regole. Primo fra tutti il Governatore della Fed, Alan Greenspan, sollecitato dall'instancabile deputato repubblicano Richard Baker che della battaglia per riformare questo sistema ha fatto una bandiera politica. Già ad aprile Greenspan aveva espresso preoccupazioni per il fatto che le due agenzie siano erroneamente percepite dagli investitori come entità sostenute dal Governo. Sullo sfondo, il ruolo cruciale del mercato immobiliare.

La formula che ha puntellato l'economia Usa in questi tre anni è semplice: prezzi degli immobili alle stelle più tassi di interesse ai minimi storici uguale un fiume di contanti nelle tasche dei consumatori-proprietari (il 70% degli americani) che hanno rifinanziato in massa i propri mutui sulla base dei nuovi valori delle case. Creando qualche problema ai due colossi della cartolarizzazione che hanno visto diminuire la durata finanziaria degli attivi (mutui) rispetto a quella dei passivi (obbligazioni).

La domanda, ha scritto il , è se Freddie Mac abbia manipolato gli utili o peggio tentato di mascherare l'ammontare dei suoi rischi finanziari. Se la sfiducia degli investitori sfiorasse il pilastro dell'economia Usa i danni sarebbero incalcolabili. dice con orgoglio il sito Internet di Freddie Mac. Da lunedì scorso un po' meno.

R. Miraglia, Il Sole 24 Ore



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