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La direttiva 97/7/CE, sui contratti a distanza, stabilisce un diritto di recesso di sette giorni, i quali possono essere incrementati dai singoli Stati membri. In Italia il decreto di attuazione DLgs. 185/1999 ha aumentato il periodo di riflessione, portandolo a dieci giorni (art.5).

Diverso è il caso della vendita a distanza di servizi finanziari: sono differenti i termini di esercizio del diritto di recesso indicati dalla proposta del 1998 e dal testo finale della direttiva. Se precedentemente era indicato un termine variabile da 14 a 30 giorni a seconda del prodotto (e presumo che per i prodotti creditizi sarebbe stato fissato il massimo del termine), nel testo finale il diritto di recesso è stato uniformato a 14 giorni, con l’eccezione dei “contratti a distanza aventi per oggetto le assicurazioni sulla vita di cui alla direttiva 90/619/CEE e le operazioni aventi ad oggetto gli schemi pensionistici individuali”, per le quali il termine è stato fissato in 30 giorni. Nella volontà di uniformare la disciplina del recesso, il medesimo termine di 14 giorni è stato stabilito per il credito ai consumatori (art. 11 proposta di direttiva COM (2002) 443 def.).

Ora non entro nel merito del diverso termine stabilito per i beni e servizi e per i prodotti creditizi venduti a distanza, che può essere giustificato dalla diversa attenzione posta dall’Unione Europea alla protezione dei consumatori nell’ambito dei servizi finanziari; entro nel merito dell’uniformazione del periodo di ripensamento all’interno dei servizi finanziari stessi. Comprendo l’esigenza del legislatore comunitario di “ravvicinare le modalità di esercizio del diritto di recesso in campi analoghi”, come recita l’Esame del dispositivo della proposta di direttiva sul credito ai consumatori, ma in tal modo non si realizza la maggior tutela che deve essere garantita ai consumatori che acquistano a distanza, ovvero senza la possibilità di visionare il prodotto.

Infine concordo con CEPS ed ECRI (“Regulating E-Commerce in Financial Services”, Report of a Joint CEPS/ECRI Working Party, ottobre 2001) , secondo i quali la previsione di differenti termini per l’esercizio del recesso inibirà l’offerta di credito finalizzato via internet. Tra i molteplici problemi di questo comparto del credito al consumo, l’Unione Europea ne aggiunge un altro di non semplice soluzione.

Per il credito immobiliare il discorso è differente, in primo luogo in quanto a differenza del credito finalizzato non è legato all’acquisto via internet di un bene o servizio (non si acquistano immobili online), in secondo luogo il legislatore comunitario ha introdotto la possibilità, per gli Stati membri, di escludere l’applicazione del diritto di recesso. L’art. 6 comma 3 tipizza tre diversi casi di non applicazione del periodo di riflessione e tutte le ipotesi evidenziano differenti aspetti del credito immobiliare: le finalità (acquisto, mantenimento o rinnovamento di terreni o edifici), la garanzia ipotecaria e l’intervento di un pubblico ufficiale.

La “palla” passa ora al legislatore italiano: introdurrà uno svantaggio competitivo per i mutui via internet o lascerà al mercato e soprattutto ai consumatori la scelta di quale canale utilizzare?



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