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Sat04Mar200600:10
Business nei Balcani: le difficoltà della transizione all'economia di mercato
Oggi gli indicatori dicono che in Europa dell'est c'è un grande fermento imprenditoriale tuttavia difficile è trovare un ambiente favorevole all'imprenditorialità giovanile e la disoccupazione si attesta sempre su livelli elevati. Di questi temi si è parlato al seminario promosso dalla Fondazione Unidea su Imprenditorialità giovanile e lo sviluppo locale nell'Europa dell'est, tenutosi a Milano lo scorso 27 gennaio.

"Da noi in Croazia gli imprenditori sono visti come figure ambigue. L'opinione pubblica non crede nella meritocrazia, e pensa che la ricchezza dei businness people derivi da reti affaristiche ai confini della legalità. Inoltre, il contesto sociale è tale che le piccole iniziative imprenditoriali sono ancora percepite come attività ad altissimo rischio, dove gli svantaggi superano di gran lunga i benefici". È la voce di un giovane imprenditore croato, una delle tante testimonianze tratte dai case-studies presentati da Klaus Haftendorn e Kenneth Roberts al seminario promosso dalla Fondazione Unidea su Imprenditorialità giovanile e lo sviluppo locale nell'Europa dell'est, tenutosi a Milano lo scorso 27 gennaio, in collaborazione con Ocse, Università di Trento e Commissione Europea
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All'incontro hanno partecipato esperti dell'Ilo (International Labour Office) e dell'Ocse, accanto a studiosi provenienti da tutta Europa, inclusi i nuovi membri dell'Est e da alcuni paesi come la Croazia che aspirano a entrare a breve nella Ue. Punto di partenza di molte riflessioni un dato che salta all'occhio nelle cosiddette "economie di transizione" dell'Est Europa: l'esplodere dell'attività imprenditoriale, specie di quella giovanile, con il fiorire di una miriade di piccole imprese. "Un fenomeno che nasconde però molte contraddizioni - avverte Klaus Haftendorn, esperto di piccola impresa dell'Ilo - prima, la parallela crescita della disoccupazione in tutti questi paesi, sia quelli da poco entrati in Europa che quelli che aspirano a farvi parte, che negli altri stati dell'Est ex sovietico".


Un fenomeno che oggi raggiunge livelli allarmanti e colpisce in primo luogo i giovani: i paesi dell'Europa centrale e orientale hanno il più alto tasso di disoccupazione giovanile nella UE che non risparmia neppure gli stati dell'Est già entrati a far parte dell'Unione Europea dal maggio 2004: secondo l'ultimo rapporto Ilo Global Employument Trends c'è più disoccupazione oggi nell'est europeo che nel 1993, il tasso di disoccupazione giovanile è salito dal 22.5 al 30.7 %. Alla crescita (spesso consistente) del Pil, infatti, quasi mai corrisponde un incremento delle opportunità di lavoro. In Polonia, il paese più popoloso tra i nuovi europei, il 41% dei giovani dai 15 ai 24 anni è senza lavor e il dato migliora di poco dai 25 ai 29 anni (22.7%). Se si considera il totale dei disoccupati (dai 15 ai 64 anni d'età), si scopre che la percentuale si attesta sui 19.3, contro gli 8.5 dell'Europa a venticinque. Se ci spostiamo nell'Europa sudorientale, tra i candidati a un prossimo ingresso nell'Unione come Bulgaria e Croazia la disoccupazione giovanile si aggira intorno al 37%. In Slovenia invece, una delle 'prime della classe' tra le new entry Ue, il tasso di disoccupazione globale dal 1995 al 2003 è sceso: dal 7,4% al 6,6%. Ma in Albania dal 1995 al 2003 la disoccupazione è cresciuta dal 12.9% al 15.2%, e continua ad aumentare, come del resto in Macedonia. La Bosnia presentava nel 1995 una percentuale di disoccupati pari al 39.4%. A dieci anni dagli accordi di Dayton la situazione non è migliorata di molto. Va anche tenuto conto che una grossa parte della popolazione è emigrata all'estero a causa del conflitto: oggi molti provano a tornare, ma le possibilità di trovare un impiego restano basse.


Diversamente dall'Europa occidentale, dove si "invecchia" sempre di più, in quella sudorientale e orientale non-Ue la popolazione giovanile continua a crescere. In pratica: sempre più giovani sono senza lavoro. Il rapporto Ilo indica che se si riuscisse a dimezzare la disoccupazione giovanile nell'Est, il Pil di questi paesi farebbe un balzo di 4 punti dal 6.6% al 10.6%.


Alla piaga della disoccupazione si cerca riparo ricorrendo al cosiddetto "self-employment": in pratica, crearsi il lavoro da sé. Più che vere e proprie imprese, infatti, ci avverte Kenneth Roberts - sociologo del lavoro all'università di Liverpool - spesso le neo-attività imprenditoriali segnalate dalle statistiche sono una strategia di sopravvivenza, l'unica alternativa praticabile contro la disoccupazione. Roberts non nasconde il suo pessimismo sugli effetti benefici dell'irruzione dell'economia di mercato nell'Europa centro-orientale, anche nei paesi che sono da poco entrati nell'Unione: "Sì, oggi gli indicatori ci dicono che in Europa dell'est c'è un grande fermento. Ma sono imprese piccole spesso microscopiche e fragili: pochissime hanno dipendenti e se li hanno non possono garantire loro alcuna sicurezza sociale, tantomeno prospettive di carriera. E per molti l'attività imprenditoriale non è l'unica fonte di guadagno". Spiega un giovane designer di Velininigrad intervistato da Roberts: "Più che prosperare, sopravviviamo. Lo scorso anno abbiamo dovuto licenziare il nostro unico impiegato. Se qualcuno mi offrisse un lavoro per 1000 dollari al mese lascerei perdere il mio business, ma so che non accadrà mai".


In Ungheria e in Croazia, più del 50% delle nuove imprese risultano nate dalla necessità; ma qui il sorgere di attività imprenditoriali non è così frequente come in Polonia, Bosnia o Bulgaria. Lo stesso vale per un altro paese ex jugoslavo, la Slovenia già 'europea', che pure vanta una notevole crescita economica globale. Proprio Croazia e Slovenia, tra tutti i paesi presi in esame, hanno il tasso più basso di attività imprenditoriali.
Il perché prova a spiegarlo Ivo Bicanic, professore di Economia a Zagabria e alla CEU (Central European University) di Budapest: "Nonostante condizioni di partenza relativamente favorevoli, la Croazia inizia la propria transizione nel 1989 con un 'deficit imprenditoriale'. La guerra non favorisce certo la ripresa, e segna anzi un crollo verticale del fare impresa. Purtroppo, a conflitto terminato e con il procedere della transizione e dell'integrazione europea, questo deficit è cresciuto. Dopo il 2000, nonostante siano state promosse politiche mirate a promuovere l'imprenditoria, il ritardo si è approfondito ulteriormente. I motivi principali vanno ricercati nella politica economica portata avanti dalla Croazia in questi anni. In generale, pesa ancora negativamente il tipo di capitalismo nato a partire dall'89. Più in particolare, a sfavorire l'impresa è il clima prevalente negli investimenti e nelle procedure amministrative: c'è una corruzione diffusa su scala nazionale e locale, parallela alla lentezza del sistema giudiziario". Cosa fare? "L'imprenditoria giovanile e l'auto-impiego sono determinanti per rimettere in moto i meccanismi economici. Occorre però favorirli con un'amministrazione più user-friendly, mirata a una maggiore comprensione dei meccanismi di mercato e che guardi alla Ue per stimolare lo sviluppo di un'economia di tipo moderno, a partecipazione mista".


Una formula che dovrebbe servire ad evitare i gravi squilibri che si stanno creando in molte di queste economie, specie tra grandi centri urbani e piccole realtà locali, creando nuovi "sud dell'Europa". A fronte di massicci investimenti esteri (da parte di grandi gruppi europei o statunitensi), le piccole o piccolissime realtà locali rischiano di restare schiacciate. Un problema che mette a rischio la coesione sociale. Ricorda Roberts: "Fin dall'89 è cominciata la corsa a investire nell'Europa centrale e orientale, e gli investimenti stranieri continuano ad affluire: avrebbero dovuto creare opportunità di lavoro, ma troppo spesso sono serviti a costruire delle 'cattedrali nel deserto'. Bisognerebbe trovare la strada per incoraggiare i grandi gruppi a servirsi della rete di piccole imprese locali come fornitori ed erogatori di servizi". Nell'ex Jugoslavia, ricorda Bicanic, questo processo è stato ulteriormente frenato dal conflitto dei primi anni Novanta, e ancor oggi l'economia stenta a decollare.


Inoltre, ovunque la lentezza degli apparati e le difficoltà burocratiche costituiscono un ostacolo ulteriore allo sviluppo della piccola impresa: "Tutte le esperienze che ho avuto con le procedure amministrative e la burocrazia sono state negative - prosegue l'imprenditore croato - ho impiegato due mesi per registrare la compagnia, e per sei mesi ho aspettato la certificazione del mio stato fiscale". Vi si aggiunge la difficoltà di ottenere prestiti a tassi vantaggiosi per avviare l'attività, ancora maggiore per le giovani leve. Tanto che per molti il capitale iniziale proviene piuttosto da sessioni di lavoro all'estero, spesso Germania, più raramente negli Usa; oppure dalle Ong, che sostengono la piccola imprenditoria con lo strumento del microcredito (in Bulgaria sono migliaia, ma deboli e poco appoggiate dalle istituzioni). Il forte carico fiscale sui neo-imprenditori è un ulteriore fattore di difficoltà: "L' Iva è al 22%, la tassa sui profitti va dal 20 fino al 50%, e poi c'è da pagare un 37% per la sicurezza sociale dei dipendenti. È troppo. Specie per uno Stato che in cambio ci dà poco o nulla a livello di welfare", dichiara un giovane imprenditore bulgaro. In queste condizioni, aggiunge qualcuno, non è una sorpresa che la corruzione sia così diffusa: un terzo degli intervistati da Roberts ammette di aver fatto 'regali' per ottenere facilitazioni o velocizzare le pratiche, o pagamenti sottobanco a ufficiali di polizia e di stato per ottenere le licenze necessarie. Un fenomeno che si registra in particolare in Bulgaria. Molti businessmen, è vero, dichiarano una somma inferiore rispetto ai propri profitti per scansare le tasse, ma un imprenditore di Plovdiv spiega che è una tattica necessaria alla sopravvivenza dell'impresa: "la legge fiscale non prende in considerazione tutte le spese che dobbiamo affrontare. Non possiamo neppure decurtare i costi del materiale da ufficio". Ma tutti gli intervistati farebbero volentieri a meno di tale consuetudine, non necessaria né auspicabile in un'economia di mercato matura e sviluppata.
Anche le percentuali di successo restano basse: a fronte della fioritura imprenditoriale di cui si è detto, sono numerosissimi i casi di fallimento a breve termine delle nuove imprese.


L'impresa nell'est, inoltre, parla ancora molto al maschile e riguarda solitamente individui con buon livello d'istruzione l'alto tasso di disoccupazione giovanile continua a pesare soprattutto sulle donne e le minoranze etniche.
In molti casi, poi, l'alto livello di auto-impiego finisce purtroppo per alimentare il lavoro sommerso: la cosiddetta 'economia informale' è cresciuta in tutti i paesi in questione. Per alcuni, è addirittura la principale fonte di ricchezza nazionale. In Moldova l'economia sommersa rappresenta il 44% del prodotto nazionale lordo; in Albania, Bosnia, Croazia e Romania ne copre dal 32 al 34%; in Bulgaria si sfiora il 38%, mentre per la Serbia siamo intorno al 29%. In questi paesi le condizioni di lavoro rivelano alti tassi di sfruttamento, specie sulla manodopera giovanile.


In ogni caso, lo spettro dell'insicurezza non frena il desiderio di creare un'attività in proprio. I giovani vivono l'avventura del business anche come frattura generazionale con il mondo del lavoro dei padri, impiegati nelle aziende di Stato oppure nelle successive privatizzazioni. "Dopo la scuola sono entrato nell'impresa di famiglia - racconta un giovane di Plovdiv, Bulgaria - specializzata nella lavorazione di legname. Non mi piaceva. Volevo costruirmi qualcosa da solo. Ho chiesto la mia parte di capitale e ho partecipato alla privatizzazione dei magazzini di stato di frutta e verdura. Oggi ho 26 dipendenti, un giro d'affari annuale di 3 milioni e mezzo di dollari, e nell'ultimo anno il mio profitto è stato di 140.000 dollari. Ho dimostrato di poter avere successo da solo". I sacrifici in termini di tempo e fatica, infatti, in caso di successo sono compensati dai guadagni, superiori a quelli dei lavoratori salariati: "Lavorando in proprio guadagno tre volte di più di quando ero dipendente. Naturalmente, lavoro molte ore in più: non prendo una vacanza da quando ho iniziato l'attività, quattro anni fa", rivela un agente immobiliare di Veliko Trnovo, Bulgaria.

Barbara Yukos - www.balcanicooperazione.it