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Mon03Dec200717:00
Nuova legge sul lavoro anche in Cina
Trentasette miliardi di dollari: questa è la somma spesa dall’amministrazione locale di Pechino per preparare la propria città a ricevere la folla olimpica, innalzando centinaia di nuovi cantieri dall’avanzamento inarrestabile, con le impalcature illuminate anche di notte dalle intermittenze delle scintille delle fiamme ossidriche.

 

Chi arriverà a Pechino nell’estate del 2008, nei monitor dell’aereo che mostrano in tempo reale ciò che si vede all’esterno vedrà il proprio veicolo atterrare accanto a un immenso dragone, che è la silhouette data al nuovo terminal del Capital Beijing Airport dall’architetto inglese Norman Foster; questo stesso visitatore verrà accolto in uno splendido stadio a forma di nido d’uccello, assisterà alle competizioni acquatiche ai bordi di una piscina le cui pareti sembrano bolle d’aria gigantesche in sospensione nell’acqua più azzurra e potrà trascorrere una serata nel nuovo Teatro dell’Opera, un’isola trasparente sospesa su un lago artificiale sotto cui si trovano i soli ingressi alle platee, disegnato dall’architetto francese Paul Andreu.

Queste quattro opere grandiose sono solo la punta estrema di un immenso iceberg, la parte più simbolica, affascinante e adatta agli articoli dei giornalisti, ma in realtà queste opere sono solo una piccola goccia di fronte ai 1400 Km2 che costituiscono la sterminata area urbana di Pechino che è ormai interamente ricoperta di grattacieli, in un substrato di modernità e di fusioni architettoniche.

Questa ondata che ha cambiato la facciata architettonica della città è stata resa possibile solo grazie a centinaia di migliaia di lavoratori la cui maggior parte, terminata questa operazione di restyling, vedranno il proprio contratto sostituito con un foglio di via per i territori di origine o per nuovi cantieri in altre città.

Pechino è la città che più di tutte in questo ultimo periodo può essere presa a testimone delle condizioni di migliaia di lavoratori ed è ottima lente per capire le loro condizioni medie, ma condizioni problematiche esistono in tutta la Cina: Shanghai sta vivendo una situazione che sotto molti aspetti è ancora più estrema di quella di Pechino, in quanto da anni ha imboccato la strada che nelle intenzioni governative dovrebbe portarla a diventare la perla economica e commerciale della Cina e poi dell’Asia, in vista dell’imminente Expo Universale del 2010.

La nuova legge pone ulteriori paletti contro il contratto a tempo determinato obbligando le aziende a stipulare un contratto a tempo indeterminato dopo il completamento di due contratti a tempo determinato, pena il raddoppio della paga nel nuovo contratto. Al termine di un rapporto a tempo determinato, inoltre, si prevede il pagamento di un’indennità precedentemente mai contemplata.

Il dipendente non si trova ad essere solo più protetto, come emerge dai temi precedentemente esposti, ma con la nuova legge acquisisce anche molto più potere nella gestione delle decisioni aziendali: sono stati infatti ampliati i poteri e i ruoli dei sindacati e delle assemblee aziendali, che dovranno essere consultati per le decisioni più delicate, tra cui si ricordano quelle relative ai licenziamenti collettivi, e che soprattutto potranno negoziare i regolamenti aziendali interni, che hanno una funzione assai delicata nella gestione locale del lavoro.

Il principio concertativo appena esposto pare certamente fondamentale per la crescita economica, sociale ed umana della Cina, ma bisogna prestare attenzione a una sua caratteristica di fondo: in Cina non è tuttora permessa la formazione di alcuna associazione indipendente di lavoratori, ma tutte le sezioni aziendali dei sindacati fanno sostanzialmente capo all’All China Federations Trade Unions, che è un organo interno e costituente del Partito Comunista.

Molte aziende straniere, inoltre, lamentano da tempo eccessivi controlli sul loro operato rispetto alle aziende locali, e il loro management teme che la situazione possa peggiorare rendendo più difficile sia concorrere con i player locali sia, in modo più ampio, continuare ad essere presenti in Cina. Le voci preoccupate degli investitori occidentali si sono fatte sentire – in modo più o meno soffuso – lungo tutto l’iter di formulazione della legge, in quanto molti operatori ritengono che ci sia un effettivo rischio che il mercato si irrigidisca e che i costi lievitino, vanificando gli investimenti fatti poggiandosi in modo molto marcato sul ridottissimo costo della manodopera.

Accanto a queste ci sono state ovviamente anche le dichiarazioni di varie associazioni che si preoccupano dei diritti umani, che hanno di fatto mitigato annunci che agli occhi dell’opinione pubblica sono parsi assai gravi. Inoltre, e non si tratta di un fatto di secondaria importanza, al momento si conoscono praticamente solo le linee guida dell’apparato legislativo ma non si può essere certi né dell’applicazione pratica dei testi, che sembrano aperti a più interpretazioni, né tanto meno delle conseguenze effettive che avrà sul sistema economico. Non resta dunque che attendere gli sviluppi che ci saranno da qui fino all’1 gennaio del 2008, il giorno in cui la legge sarà operativa.

Fonte: www.cameraitacina.com




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