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31/10/2001 - LA BANCA DELLA PACE
di Miran Pecenik



Anche questa rubrica non poteva non essere toccata dalla tragedia delle due torri gemelle e di tutto quello che è successo e che sta succedendo attorno. Già dopo i primi giorni ci sono state notizie angosciose in relazione alle parole più ricercate nei motori di ricerca (le cosiddette "top keyword"): la gente non cercava più cose ludiche o gratuite, ma tentavano in tutti i modi di scoprire chi è Osama Bin Laden oppure che predizioni aveva fatto a suo tempo Notradamus, fino ad arrivare, nella seconda settimana successiva all'attentato, ad una frenetica ricerca di informazioni sulle maschere a gas. Su certi motori di ricerca a pagamento, diverse società produttrici hanno acquistato keyword come "gas mask", per meglio vendere la propria merce anche on line, naturalmente senza alcuno sconto. Anche nei periodi più cupi, ormai, il mercato della richiesta e dell'offerta detta le sue leggi.

Oltre a questi risvolti curiosi e/o filosofici, ci sono state anche delle conseguenze pratiche molto negative: mercati perennemente in rosso per molti giorni con perdite mai viste prima, decine e decine di migliaia di licenziamenti un po' dappertutto con un popolo di ottimi consumatori che in una mattinata è diventato un popolo di disoccupati. Anche chi il lavoro l'ha mantenuto ha perso la voglia di spendere come faceva prima, rinunciando per prima cosa ai viaggi "a rischio". Manca solo che si inizi a fare l'accaparramento di generi di prima necessità.

Tutto questo cosa può significare? Recessione? Crisi planetaria? Una replica del 1929? Oggi non lo possiamo ancora dire, ma certamente siamo davanti ad un ripensamento generazionale del modo di "vivere" la finanza. Basti pensare allo scherno col quale fino a poco tempo fa si parlava del "popolo dei BOT" in relazione alle ultime aste di questi titoli "sicuri", dove la richiesta è stata cinque volte superiore all'offerta. Quello che due anni fa succedeva alle IPO del Nuovo Mercato ora si ripete con i vecchi, ma sempre validi BOT.

Cosa potrebbe cambiare nella finanza (reale e virtuale) dei prossimi anni? Già oggi si sta cercando il modo di risolvere questioni annose, sia dal punto di vista politico che umanitario. I popoli che non si parlano o i popoli che pensano solo alla sopravvivenza sono da oggi anche un problema nostro. Da questi problemi possono derivare ambienti o frange estremiste che possono danneggiare tutto il genere umano. Finora eravamo abituati a dare dei contributi a fondo perduto ai paesi (perennemente) in sviluppo, tramite le organizzazioni internazionali. Tutto ciò è servito solo a riproporre il problema, non a risolverlo. La logica del business del futuro dovrebbe essere modificata in modo che chi ci investe abbia comunque un certo guadagno; però dovrebbe essere il beneficiario (quello che oggi non ha niente) a guadagnarci molto di più, investendo il suo tempo e il suo lavoro. Questo è l'unico modo per avvicinare il tenore di vita dei paesi poveri al nostro.

In pratica si tratterebbe di impegnarci in prima persona nella costruzione di un mondo nuovo. Una cosa simile era già successa più o meno un secolo fa, quando venivano create società per azioni (nel vero senso della parola!) in Belgio, Francia e Spagna per costruire ferrovie, fabbriche, centrali elettriche ed altre infrastrutture innovative in paesi come il Congo, l'Algeria, la Romania, la Russia ed anche in Cina. La differenza con la situazione odierna è che cento anni fa molti dei paesi beneficiari erano delle mere colonie, per cui l'investimento era di natura "nazionale". Di queste operazioni ci rimangono oggi solo dei certificati azionari che sono la gioia dei collezionisti del settore.

Il secondo pilastro della nuova finanza potrebbe essere la finanza etica. Bisognerà investire in società che creano benessere e che aiutano a vivere meglio, tenendo conto del territorio, delle popolazioni e la cui mission si ispiri a valori etici universalmente riconosciuti. Alcuni esempi di queste nuove forme di investimento esistono già. In Italia c'è Banca Etica che promuove la cultura della finanza etica e poi ci sono i progetti Axia, Lunaria e Avanzi; in Olanda c'è la Triodos Bank; in Norvegia, nelle isole Lofoten, c'e' la Kvinnebanken, la Banca delle donne; esistono società finanziarie specializzate in microcredito o in forme di investimento etico come la francese Planet Finance o l'americana Trillium Investment; su Internet c'è già una prima borsa valori rivolta prevalentemente ai paesi in via di sviluppo, fuori dai circuiti internazionali (con tutti gli strascichi giudiziari del caso); in Asia c'è la Grameen Bank creata da Muhammad Yunus, la cosiddetta "banca dei poveri" che eroga prestiti a persone che non hanno una lira, senza una possibile garanzia reale, ma solo con l'orgoglio di chi vuole guadagnarsi il suo pezzo di pane quotidiano. E' molto interessante il fatto che su questi finanziamenti i rischi reali di sofferenze sono prossimi allo zero. Si tratterebbe di organizzare queste esperienze in una forma più vasta, una specie di movimento finanziario, nel cui centro non c'è più il cliente (sembra una bestemmia!), ma il benessere di ognuno di noi, vicino o lontano che sia.

Andiamo verso un'era di umanesimo post-industriale? Forse si. Oggi siamo più che mai consci che c'è una spartizione di risorse ingiusta e che bisogna fare qualcosa affinché il malcontento di miliardi di persone non si tramuti in pericolosa disperazione. Dobbiamo impegnarci tutti a lasciare ai nostri figli un mondo migliore di quello che abbiamo trovato, in tutti i sensi. Per raggiungere questi obiettivi, dobbiamo soltanto (anche se non è poco) pensare di più al nostro prossimo infelice che alla redditività del nostro portafoglio.

E' molto importante che tutti prendiamo coscienza di queste novità e che, ognuno nel suo piccolo, inizi con un'applicazione corretta di questi principi già da domani. E anche le banche dovranno essere tra le prime ad offrire una nuova palette di prodotti e servizi, sia allo sportello, sia nella propria banca virtuale.


miran@pecenik.com


Credito Cooperativo 10/2001
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