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31/03/2001 - LA BANCA DEI VIRUS
di Miran Pecenik


In soli sei anni il panorama internettiano in Italia è profondamente cambiato: dal deserto del Sahara siamo passati ad una metropoli americana. Dalle prime asserzioni che la rete è un'americanata, destinata ai giochini e ai pornositi, oggi si è convinti del contrario: che serve a tutti, ci si chiede come abbiamo fatto prima a farne senza e che è adatta (prima o dopo) anche al business. A conferma di ciò ci sono anche le notizie di alcuni gruppi bancari (Banca Sella, Monte dei Paschi di Siena e Unicredito) che, con l'obiettivo di preparare in fretta il personale alle sfide tecnologiche che ci attendono, danno in comodato gratuito a decine di migliaia di dipendenti un personal computer dotato di tutti gli strumenti necessari per navigare in Internet. I costi di queste operazioni si misurano in decine di miliardi. Ma ne è valsa la pena ?


L'obiettivo è chiaro: l'integrazione dell'ambiente lavoro - casa. Con la scusa delle esigenze scolastiche dei figli (e magari anche dei giochini, che piacciono a tutti), molti dipendenti seguiranno dei veri corsi pratici di Internet, di informatica e, in generale, di tutto quello che potrà essere loro utile anche sulle scrivanie di lavoro. Detto in questo modo sembra quasi una critica alle banche, un ennesimo sfruttamento del povero impiegato bancario. In verità, già dal '95, chi scrive integrava i due ambienti, convinto che sarà questo il futuro e ricevendo non poche critiche da illustri tecnocrati bancari. La parola d'ordine di quegli anni era ancora: "staccare", ovvero consumare l'obbligatoria vita lavorativa fino alle 16.45 di ogni giorno feriale e poi riprendere la cosiddetta "vita familiare", naturalmente senza i computer, considerati solo strumenti di lavoro.

Internet è stata la killer application che ha di fatto rilanciato tutto il mondo dell'informatica e che ha fatto avvicinare tutte le categorie di impiegati (bancari compresi) ai camici bianchi dei CED (Centro Elaborazione Dati) e alle migliaia di ex-ragazzini, conosciuti negli anni '80 come la "Nintendo generation". Il linguaggio generale si è evoluto (mentre si sente ancora parlare di "politichese", il termine "informatichese" è sparito del tutto), i bisogni arrivano "bottom-up" , dalla base, sono infatti i familiari che spingono per avere il computer in casa e i datori di lavoro non fanno altro che assecondare questi desideri. Si è addirittura riaperto il discorso di eventuali "ri-sperimentazioni" di telelavoro, adatto oggi agli uffici pianificazione e studi, ai centri servizi, ma anche alle nuove figure professionali, quali i creatori di contenuti o il personale dei call/contact center). Anche i corsi di formazione potranno essere seguiti da casa. Il bancario si collega da casa, digita il suo codice e la relativa password ed accede alle videate esplicative del corso che la banca ha provveduto a mettere online per i propri dipendenti, completo di valutazione finale con il metodo dei test, magari anche con qualche premio per i più bravi, emulando i quiz televisivi.

Il tutto sembra idilliaco: siamo finalmente riusciti a trovare il modo per integrare gli ambienti casa e lavoro con vantaggi per entrambi! Ma non è oro tutto ciò che luccica. L'integrazione tra i due ambienti porta anche a pericolosi scambi di risorse informatiche: i documenti riservati portati a casa per essere controllati e completati, oppure il particolare file ricevuto sulla mail privata (magari senza il filtro dell'antivirus) che viene portato in azienda per far sorridere i colleghi sono delle potenziali mine vaganti in fatto di segreto bancario e sicurezza informatica. Queste spensierate leggerezze possono costare care, facendo girare a propria insaputa dei documenti riservati oppure facendo entrare nella rete aziendale dei potenti virus che intaccherebbero sia altri PC, ma anche i server e potenzialmente anche eventuali porzioni di disco fisso del calcolatore centrale, riservati come spazio condiviso tra i PC connessi in rete. Negli ultimi anni si sono moltiplicati (e raffinati) gli attacchi di diverse categorie di hacker che oggi vanno a curiosare anche nei dischi fissi dei PC casalinghi collegati in rete. Non a caso stanno parallelamente proliferando vari software di "personal firewall" che in qualche modo proteggono i PC di casa. Per quanto riguarda i virus, il loro numero sta crescendo e parecchi di questi sono diventati molto intelligenti: mandano mail infette senza che il mittente si renda conto di averla spedita. Gli ultimi dati del fenomeno evidenziano che durante il 2000 ben 8 aziende su 10 sono state colpite da virus distruttivi, mentre il numero delle aziende che hanno subito attacchi di sabotaggio è raddoppiato rispetto al 1999. Nei primi due mesi di quest'anno solo sul mio PC sono arrivate ben 48 mail infette, tutte preparate in modo da non poter individuare il mittente. Il mio provider (che, per fortuna, ha da tempo attivato un servizio antivirus sul server di posta) mi ha riferito che arrivano a ripetizione, qualche volta anche più mail dalla stessa macchina nello stesso secondo! Anche in casi del genere è molto difficile stabilire se l'invio è stato doloso oppure fortuito.

Oltre a ciò c'è la possibilità si scaricare da Internet vari programmi eseguibili per diverse funzionalità: dalla gestione avanzata dei "preferiti" sul browser, alla possibilità di essere pagati se si naviga con dei banner predefiniti, fino ai programmi scaricabili sui siti per adulti. Tutti questi sono programmi potenzialmente pericolosi per la sicurezza dell'ambiente di lavoro, quando questo viene integrato con l'ambiente casalingo.

Ce la faranno, le decine di migliaia di dipendenti che hanno in comodato un PC a casa, a distinguere un archivio "buono" da uno "cattivo", in file innocuo, (p.es. con formato txt o pdf) da uno potenzialmente dannoso (p.es. i file eseguibili exe o i file di Office con le macro inserite)? Sarà questa nuova sfida a farci capire se un istituto di credito è una "banca tecnologicamente avanzata" oppure è semplicemente ... "la banca dei virus" .


miran@pecenik.com


Credito Cooperativo 03/2001
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